« Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque, sotto la fosca Ajàrnola »
(Giosuè Carducci, Ode Cadore)

Auronzo di Cadore (Aurònžo o Aurònže in ladino)

Tieniti pronto perché di Auronzo e del suo bellissimo lago t’innamorerai!

GEOGRAFIA

Vediamo insieme dove si trova Auronzo.

Il Comune di Auronzo si estende su un’area molto vasta, che comprende anche Misurina col suo lago, nonché le Tre Cime di Lavaredo.

L’area è attraversata dal fiume Ansiei che, grazie allo sbarramento dell’antica diga, forma il lago artificiale di Santa Caterina o più conosciuto come il lago di Auronzo. Il bacino artificiale, con i suoi 3 km di lunghezza, bagna anche il centro abitato e lo rende magico. Attraversato il lago, l’Ansiei continua il suo percorso fino alla località di Treponti presso la frazione auronzana di Cima Gogna, dove si immette nel fiume Piave.

Devi sapere che Auronzo è uno dei comuni delle Tre Cime di Lavaredo. Infatti, se la famosa parete settentrionale è situata nel territorio di competenza del comune di Dobbiaco, le Tre Cime di Lavaredo sono state da tempo immemorabile nel territorio di Auronzo, infatti solo dal 1752 il confine corre giusto sopra le cime, e 3/4 del massiccio sono rimaste nel Comune di Auronzo.

LE ORIGINI DEL NOME

Il glottologo, prof. Giovanbattista Pellegrini, ha sempre sostenuto che il toponimo “Auronzo” è di origine preromana.  Nessuno è mai riuscito ad identificare quali siano stati e a che etnia appartenessero i primi abitanti stabili di Auronzo e di Misurina. Fino a pochi anni fa, pochi credevano nella trasmissione della memoria degli anziani – che generazione dopo generazione – ci hanno trasmesso i racconti di una civiltà antichissima.  Le ricerche archeologiche condotte negli ultimi anni hanno confermato la verità storica della trasmissione della memoria. Giuseppe Pais Becher ed Elio Vecellio Galeno sono stati i protagonisti di alcuni dei più preziosi ed importanti rinvenimenti. Grazie a loro e a tutti i soci del Gruppo Archeologico Cadorino e a coloro che hanno dato le notizie utili per i rinvenimenti ma che hanno voluto mantenere l’anonimato, la storia di Auronzo è stata retrodatata, fino ad alcuni secoli prima di Cristo. Le località indicate dagli anziani, come luogo di residenza di arcaiche popolazioni “Pagane” – nascondevano e nascondono tuttora reperti archeologici importanti utili non solo alla conoscenza della protostoria di Auronzo – ma per quella di tutte le Alpi Orientali. Non siamo ancora in grado di affermare se i primi abitanti stabili della Val d’Ansiei siano stati i Celti, i Reti o i Veneti antichi. I recenti rinvenimenti di una chiave retica uguale a quelle rinvenute a Sanzeno in valle di Non ed altri oggetti riconducibili alla stessa etnia da parte di Giuseppe Pais Becher non sono sufficenti per dare una risposta definitiva a questo importante quesito.

I Paleoveneti sono sicuramente transitati attraverso la Valle d’Ansiei – lungo la quale si snodava un’importante via di comunicazione – e quasi sicuramente hanno avuto rapporti commerciali con gli indigeni ma – secondo la nostra modesta opinione – i Paleoveneti non furono i primi abitanti di Auronzo, nè hanno mai risieduto stabilmente nella Valle dell’Ansiei.

Una dei pochi vocaboli che sono passati indenni attraverso la latinizzazione dei Romani è: “SAROIO”. Così hanno da sempre chiamato “IL SOLE” le popolazioni di Auronzo, del Comelico, dell’Oltrepiave e di Cortina d’Ampezzo che poi l‘hanno trasformato in “SOROIO“. In Friuli il sole è: “SOREILI”. In latino il sole è “SOL” o “SOLIS”, in tedesco “SONNE” in inglese “SUN” in francese “SOLEIL”.

– Perché il vocabolo è così profondamente diverso e perché è rimasto invariato durante tutti questi secoli?

Quasi sicuramente perché – come tutte le popolazioni protostoriche – anche gli abitanti del Cadore Settentrionale adoravano il sole. Molti hanno continuato ad adorarlo anche dopo l’arrivo della religione cattolica.

“SAROIO” è rimasto lo stesso per migliaia d’anni. In mongolo antico la luna si denominava “SAAR”. “SAAR” però è anche un disco giallo o dorato. In sanscrito il sole è “SURJA” o “SUVAR”, in indiano è “SURAJ” ed in Tunumiit della Groenlandia Orientale “SHERRE”.  Il nome proprio “SORAYA o SURAYA” in persiano antico significa costellazione o stella. In musulmano “SAHIRAH” è la luna. Sono le uniche somiglianze che si sono riscontrate con “SAROIO” e provengono tutte dall’Asia.

STORIA

La storia della Regione Dolomitica dell’Alto Cadore, dove i territori comunali di Auronzo e Misurina, Cortina d’Ampezzo, Comelico Superiore e Sappada, confinano a nord con la Val Pusteria e con l’Austria, tramite una catena di montagne considerate tra le più belle di tutte le Alpi, si perde nella notte dei tempi.

230 milioni di anni fa, i coralli e le alghe innalzavano imponenti barriere che amalgamandosi con i sedimenti calcarei, ergevano fantastiche archittetture. I dinosauri vagavano solitari in cerca di cibo, nei tratti di mare poco profondo. Recentemente ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, nel territorio del Comune di Auronzo sono state rilevate due orme di carnosauro che i paleontologi hanno datato intorno a 215 milioni di anni fa. La grande varietà di fossili trovati sulle rocce che circondano Auronzo e Misurina, ma anche nel fondovalle, hanno permesso di datare le varie ere geologiche e biologiche, in una successione stratigrafica che delinea dal basso le rocce più antiche, dove sono stati riconosciuti i fossili primitivi, per proseguire verso l’alto con i giacimenti più giovani. Con il ripetersi di rinvenimenti di orme di dinosauri sulle Dolomiti, si sono aperte nuove ed interessanti ipotesi che dovranno essere studiate a fondo.

Le vallate di Auronzo e di Misurina sono coronate da stupende cime. Esili guglie e slanciati torrioni svettano verso il cielo sopra tormentati ghiaioni, verdi pascoli ed ampie foreste, a testimonianza del succedersi di eventi millenari che hanno plasmato, modellato e partorito un opera d’arte di tali dimensioni e forme; da sfidare qualsiasi confronto. Da 80 fino a 40 milioni di anni fa, il Super Continente africano e quello euroasiatico sono entrati in collisione, con una spinta che seppur più debole, dura tuttora. Tale spinta ha coinvolto gli ampi strati sedimentali depositati durante milioni d’anni – che hanno subito una potente compressione – inarcandosi in una serie di pieghe, che si sono accavallate provocando numerose fratture, per poi emergere dalle acque intorno a 10 milioni di anni fa. In quell’epoca le montagne del Cadore si specchiavano alte nelle acque marine, senza aver ancora preso la forma attuale.

I successivi movimenti di assestamento hanno provocato lo sconvolgimento di enormi masse rocciose. Le acque, erodendo i costoni hanno dato inizio al lungo processo di rifinitura della stupenda struttura dolomitica. Negli ultimi due milioni d’anni si sono succeduti climi temperati e glaciazioni. I ghiacciai hanno eroso i fianchi delle montagne, convogliando verso valle in lunghe morene, enormi masse di detriti. Al sopraggiungere del clima temperato, si sono sciolti milioni di metri cubi di ghiaccio, dando luogo a fiumi impetuosi che hanno contribuito a completare l’opera, scavando ancora più profondamente le pareti rocciose, i costoni ed il fondovalle.

Il grande ghiacciaio che ricopriva la Val Pusteria, arrivava a superare i 2500 metri di altitudine, sommergendo la forcella Lavaredo e scendendo per la Val Marzon, confluendo nell’ampio ghiacciaio che dal Cristallino di Misurina ricopriva anche tutto il Monte Piana, Misurina per scendere attraverso Federavecchia a Palus San Marco ed Auronzo gettandosi nel ghiacciaio del Piave. Il lento ma continuo movimento dei ghiacciai ha eroso profondamente gli zoccoli basali delle crode, ritirandosi, queste non  più sostenute dalla forte pressione esercitata dalle masse ghiacciate, sono franate in più parti prendendo l’aspetto attuale.

Così si sono formate le pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo, la parete sud della Cima d’Auronzo, la parete nord della croda dei Tòne, le slanciate guglie dei Ciadìs di Misurina. Dove sono avvenuti i crolli, restano in un caotico ammassarsi di pietre di ogni tipo e dimensioni, i ripidi ghiaioni basali a testimoniare eventi che hanno contribuito a dare la forma definitiva ad un insieme di cime, torri, guglie e pinnacoli che si slanciano nel cielo a sfidare ogni confronto.

Sono le Dolomiti di Auronzo e Misurina: le Tre Cime di Lavaredo, il Monte Paterno, Le Crode di Piani, la Croda dei Tòne, con la cima d’Auronzo, la Pala ed i Cianpanìs del Marden, la Punta de l’Agnel, la Croda Gravasecia, le cime Pezziòs, le Crode di Giralba, il Pòpera, la Cima Bagni, la Cima d’Ambata, la Croda di Ligonto, la Croda da Campo, l’Ajarnola, il Tudaio, le Marmarole, il Sorapìss, il Monte Cristallo, il Piz Popena, il Cristallino di Misurina, la Punta Elfie, la Punta Clementina, la Punta Mosca, il Monte Piana e la Croda dell’Arghena che cingono a corona la Valle dell’Ansiei, Auronzo e Misurina, mentre nel mezzo si erge imponente e variegato il Gruppo dei Ciadìs di Misurina.

Per migliaia d’anni, gli unici a godere di questo meraviglioso ambiente naturale sono stati i lupi, gli orsi, i cinghiali, gli stambecchi, i cervi ed i camosci, mentre nel cielo volteggiavano le aquile, i falchi e le pojane.

– Le origini degli abitanti di Auronzo e del Cadore

Molti studiosi, dopo approfondite ricerche, hanno tentato di individuare la provenienza degli abitanti delle vallate dolomitiche e la datazione dei primi insediamenti stabili ma, in assenza di siti archeologici importanti e di documenti antecedenti l’anno Mille, sono emerse solo supposizioni, prive di dati certi e, talvolta, completamente contrapposte.

Chi erano e da dove provenivano coloro che avevano scelto di vivere tra i Monti di Corallo, in uno degli ambienti naturali più affascinanti del pianeta?

Forse gli Etruschi? I Reti? I Celti? I Veneti? Gli Euganei? I Taurisci? O si trattava più semplicemente di popolazioni sconosciute, provenienti dall’Asia, che hanno scelto di insediarsi tra le Crode in un habitat naturale ricco di foreste, di pascoli e di selvaggina?

Anticamente s’impadroniva di un territorio chi lo occupava per primo e doveva poi difenderne i confini nei secoli, di generazione in generazione, oppure soccombere in caso di invasione di popoli più agguerriti.

Nel 1984, sull’ampio pianoro del Monte Avena a 1430 metri di altezza, Carlo Mondini ed Aldo Villabruna, dell’Associazione “Amici del Museo” di Belluno, hanno individuato alcune possibili tracce di frequentazione umana.

Dopo una campagna di scavi di tre anni condotti in collaborazione con l’Istituto di Geologia dell’Università di Ferrara, sono stati riportate alla luce alcune serie di manufatti litici composti principalmente da raschiatoi, lame, e nuclei ottenuti scheggiando la selce, che sono stati datati fino a 40.000 anni fa.

Nel volume “Immagini dal Tempo 40.000 Anni di Storia nella Provincia di Belluno”, edito nel 1992, Elodia Bianchin Citton ha scritto che:

“L’ingresso dei primi agricoltori ed allevatori nel Bellunese sembra sia avvenuta a partire dagli ultimi secoli del IV millenio avanti Cristo. Le testimonianze sono costituite da materiali litici e da scarsi frammenti ceramici recuperati nell’ultimo decennio a seguito di ricerche di superficie”.

Nel 1984 sugli alti pascoli di Mondeval De Sora in Comune di San Vito di Cadore, ad ovest di un grosso masso dolomitico posto a 2150 metri di quota, Vittorio Cazzetta dell’Associazione “Amici del Museo” di Selva di Cadore ha individuato tra il materiale portato in superficie da una marmotta alcuni reperti di origine mesolitica dando inizio a scavi e ricerche culminate nel 1986 con il ritrovamento della sepoltura di un maschio dell’età di circa 40 anni, alto 1,67 m., corredato da numerosi reperti tra cui schegge di selce, estremità di corno di cervo, un arpone di corno a denti alterni, alcuni canini di cervo forati, un canino di cinghiale, alcuni punteruoli e reperti di origine organica molto ben conservati.

Dopo approfonditi studi antropologici gli esperti sono arrivati alla conclusione che si trattasse di un cacciatore mesolitico del tipo Cro Magnon denominato “l’Uomo di Mondeval”, vissuto ben 8.000 anni fa: l’Homo Catubrinos.

Sapere che già a quell’epoca gli uomini vagavano tra le Crode e i pascoli alti alla ricerca di selvaggina, ci riempie d’orgoglio: prima del rinvenimento dell’Uomo di Mondeval, nessuno immaginava una frequentazione così antica dei monti del Cadore.

Nel maggio del 1987 Aldo Villabruna individuò in Val Rosna, situata lungo la statale che da Fonzaso conduce a Fiera di Primiero attraverso la Val Cismon, tre ripari preistorici.

Oltre a numerosi utensili in selce e un punteruolo in osso sono stati ritrovati alcuni oggetti ornamentali, tra cui denti di cervo e conchiglie marine entrambi forati, ma il ritrovamento più importante è stata una sepoltura di un cacciatore del Paleolitico Superiore alto 1,68 metri, dell’età di 25 anni, morto 12.000 anni fa.

Sopra la sepoltura alcuni ciottoli fluviali, tra i quali uno, dipinto a color ocra, rappresentante un interessante quanto enigmatico motivo iperantropomorfo.

Il 19 settembre 1991 i coniugi di Norimberga Helmut ed Erika Simon, mentre scendevano dalla Finailspitze verso il rifugio Similaun, giunti a  quota 3200 metri, tra il giogo di Tisa e l’Hauslabjoch, s’imbatterono in una mummia semi sepolta nel ghiaccio con un corredo di utensili ed armi tra cui un’ascia di rame, un arco in legno di tasso, una faretra in pelle di camoscio con 14 frecce, uno strumento in legno di tiglio con la punta in corno di cervo, che serviva per affilare le lame, ed i raschiatoi di selce, un pugnale con il manico in frassino e la lama di selce, infilato in un fodero costruito con fibre vegetali intrecciate, un amuleto di marmo e due contenitori di legno di betulla. Uno di questi conteneva foglie di acero riccio con frammenti di carbone vegetale ed era utilizzato per trasportare la brace che avvolta ancor ardente al mattino in foglie ed erbe umide, era posta nel contenitore di betulla, dove si conservava fino alla sera quando, con il calare del buio, serviva ad accendere il fuoco che rischiarava e riscaldava il bivacco.

L’uomo, dell’apparente età di 40-45 anni, indossava una specie di perizoma, dei gambali e un giaccone di pelle di capra, scarpe con la suola di cuoio imbottite di fieno, un cappello di pelle d’orso ed un mantello di fibre vegetali. Una cintura di pelle di capriolo gli cingeva la vita. Inoltre il suo corpo era abbellito da una consistente serie di tatuaggi, eseguiti in corrispondenza della colonna vertebrale, dei polsi, delle ginocchia e delle caviglie.

Le datazioni al radiocarbonio effettuate dall’Istituto di Preistoria dell’Università di Innsbruck, hanno fatto risalire la morte dell’uomo del Similaun a circa 3400 anni avanti Cristo, oltre cinquemila anni fa.

Con il ritrovamento dell’uomo di Mondeval sulle Dolomiti del Cadore e della mummia del Similaun sulle montagne dell’Alto Adige, si è consolidata l’ipotesi che già 8000 anni fa i cacciatori vagassero ad altezze superiori ai 2000 metri attraverso le Alpi Orientali inseguendo cervi, stambecchi e camosci che costituivano il loro alimento principale.

Ma gli studiosi non sono ancora del tutto concordi sul periodo in cui gli antichi cacciatori, attratti dalle bellezze naturali dei luoghi, ma ancor più dall’abbondanza di selvaggina, decisero di stabilirsi definitivamente nelle vallate alpine.

In occasione della restituzione all’Italia da parte dei Tirolesi, della mummia trovata nel settembre del 1991 sul ghiacciaio del Similaun, si è tenuto recentemente a Bolzano un convegno di studiosi ed esperti italiani, austriaci, tedeschi e statunitensi dal quale è emersa con forza la volontà di confrontarsi per cercare nuovi elementi che confermino i dubbi sulla reale datazione dei primi insediamenti stabili sulle Alpi Orientali, che sembrano più antichi di quanto finora accertato.

In seguito a questi importanti ritrovamenti, le ricerche archeologiche in alta montagna, soprattutto nei luoghi dove si presume che i cacciatori si recassero all’inseguimento di cervi, camosci e stambecchi – anche quando le valli sottostanti erano ancora ricoperte dal ghiaccio – saranno intensificate, con la speranza che nuove scoperte consentano finalmente di dedurre l’epoca dei primi insediamenti stabili nelle Alpi Orientali.

In Cadore, a Venàs e al Passo della Mauria sono stati rinvenuti due martelli di pietra che fanno pensare ad una frequentazione molto antica, forse di diecimila anni fa.

Lo stesso toponimo Cadore, come afferma il glottologo Giovanni Battista Pellegrini, è di origine celtica: CATU sta per battaglia e BRIGUM per roccaforte, e celtico è l’elmo trovato a Vallesella, così come anche numerosi oggetti rinvenuti a Lagole, Lozzo e Pozzale.

Molti però sono convinti che la maggior parte dei reperti di Lagole siano di origine Paleoveneta. Alcuni invece escludono completamente i Paleoveneti ed indicano i Reti, altri i Celti, forse dimenticandosi che in quest’area poteva essersi insediata una popolazione tuttora sconosciuta che attraverso le invasioni e gli scambi commerciali è stata toccata da tutte queste culture.

Durante gli ultimi anni la ricerca archeologica in Provincia di Belluno ha avuto un impulso notevole grazie soprattutto alla passione e costanza di Aldo Villabruna, Carlo Mondini, Eugenio Padovan, Virginio Rotelli, Milo Mazzucco, Ilvo D’Alpaos, Paolo Viel, Dario Dall’Olio ed i loro collaboratori.

Nel 1996 sulle tracce di Giovanni Battista Frescura, Enrico De Lotto e Alessio De Bon, Giancarlo Arnoldo e un gruppo di appassionati hanno fondato il Gruppo Archeologico Cadorino.

Attualmente presieduto da Dino Ciotti, il gruppo articolato in vari Comuni del Cadore sta approfondendo la possibilità di effettuare nuove ricerche in siti ritenuti di notevole importanza storica, con la speranza di riuscire a trovare reperti importanti in grado di datare le origini dei primi insediamenti stabili e la provenienza delle genti protostoriche che sicuramente hanno popolato almeno una parte del territorio cadorino.

La maggior parte dei reperti ritrovati recentemente nel Bellunese si differenziano nettamente da quelli rinvenuti nel resto del Veneto, per determinare qualche similitudine, è necessario valicare le Alpi e cercare riscontri nei Paesi dell’Est europeo e in Germania.

A questo punto sorge spontanea la domanda: ha ancora senso identificare solamente nei Paleoveneti le genti che hanno abitato la parte settentrionale della Provincia di Belluno?

La risposta non è facile dato che come abbiamo detto non c’è sintonia di vedute sulle origini dei popoli che si sono insediati per primi sulle Alpi Orientali, inoltre si scontrano di continuo tesi completamente contrapposte.

Solo un convegno internazionale e interdisciplinare – con la partecipazione di studiosi di alto livello estranei alla diatriba in corso – potrà valutare con serenità e autonomia tutte le ipotesi.

Il Cadore, così ricco di reperti, non deve lasciarsi sfuggire una simile occasione, auspichiamo allora che, quanto prima venga organizzata una tavola rotonda con i migliori studiosi di ogni disciplina.

In epoca romana, come dimostrano alcuni rinvenimenti riportati alla luce soprattutto a Lagole, ma anche a Valle, Lozzo, Pozzale, Cima Gogna, Auronzo, Tarin e Malon il Cadore è stato notevolmente popolato.

Una iscrizione rinvenuta nel 1876 a Valle di Cadore ricorda che i Cadorini facevano parte della tribù Claudia di Iulium Carnicum che era la tribù personale dell’imperatore.

I Bellunesi furono inclusi nella tribù Papiria e i Feltrini nella Menenia, Luisa Alpago Novello nel volume “L’Età Romana in Provincia di Belluno” (a p. 19) ci ricorda che: “Plinio il Vecchio descrivendo la X Regione dell’Italia Augustea, cita Belunum tra i Municipi Veneti, i Feltrini tra quelli dei Reti, gli Iuliensies dei Carni. Veniamo quindi a sapere che, rispettando la diversità delle popolazioni preesistenti e le loro aree di influenza, in età romana si costituirono tre distinte giurisdizioni. Le ricerche archeologiche e toponomastiche hanno confermato le notizie dateci da Plinio“.

Lo storico Ettore Pais originario della Sardegna che ha indagato a lungo sulle origini e sulla storia di Roma, in uno dei numerosi volumi pubblicati: “Storia di Roma”, (Libro II, Capitolo XXVII) scrive: “Le varie razze, che verso l’VIII secolo a.C. occupavano la Penisola, erano del resto il risultato di lotte ed anche di incroci avvenuti fra genti giunte dalle Alpi Giulie e dalle coste illirico epirote dell’opposto Adriatico, o approdate in Sicilia, come in altri punti, dalle spiagge africane o finalmente discese da altri valichi delle Alpi. Nessun dato ci aiuta a fissare con esattezza la cronologia di codeste invasioni; tanto meno a stabilire se il vocalismo particolare tra Veneti ed Etruschi sia frutto di un’antica unità di popoli venuti dall’Illirico attraverso le Alpi Giulie, e se codesta unità sia stata spezzata dal cuneo formato dall’elemento celtico, che occupò i piani della Padana e si insinuò nell’Umbria e nel Piceno“.

Questa può essere un’ulteriore conferma che il popolo dei Catubrinos aveva origini, cultura e tradizioni proprie, più vicine a quella Alto Friulana che a quelle dei Bellunesi e dei Feltrini. Recenti studi evidenziano migrazioni e scambi commerciali più intensi sull’asse est ovest rispetto a quello nord sud .

Di notevole importanza è il rinvenimento avvenuto a Pieve di Cadore di una casa romana del II° secolo a.C. con preziosi mosaici ed un sofisticato sistema di riscaldamento ad aria calda.

Tracce di una strada romana sono state rinvenute a Lozzo di Cadore da Alessio De Bon originario di Calalzo, e conosciuto come il “rabdomante delle strade”.

De Bon stava esplorando l’intero tracciato della Claudia Augusta Altinate, la grande strada imperiale aperta da Druso e da Claudio che da Altino, attraverso le Dolomiti, conduceva fino al castello di Druisheim sul Danubio; il suo intuito lo portò nella terra natale dove scoprì che perlomeno un ramo del tracciato proseguiva per Lozzo e attraverso Auronzo ed il Comelico raggiungeva il Passo di Monte Croce per poi scendere a Sesto e proseguire attraverso la Val Pusteria.

Nel 1888 a Belluno è stato rinvenuto un cippo datato, del secondo secolo dopo Cristo, contenente un’iscrizione fatta incidere da Giunia Valeriana in onore del marito Marco Carminio Pudente, citato come patrono dei Cadorini (Catubrinorum) e che racconta dell’esistenza di una società di dendrofori (Patrono Collegi Dendrophorore) che esercitavano la professione di trasporto o meglio di conduzione del legname dai monti alla pianura, anche attraverso la fluitazione.

Seguendo e cercando di decifrare le indicazioni contenute nelle memorie tramandate dagli anziani, alcuni ricercatori – a cominciare dal secolo scorso – hanno riportato alla luce numerosi oggetti d’interesse archeologico, sia nella zona di Cima Gogna, sia sulle pendici del Monte Agudo che si vuole sia stato sede di insediamenti “pagane”.

Purtroppo gran parte di questi oggetti sono andati dispersi. Fra tutte le ipotesi formulate circa la provenienza dei primi abitanti delle Dolomiti Orientali, si riporta quella dello storico Giuseppe Ciani che, prendendo spunto da Strabone e Polibio, da Giustino e Caio Sempronio, nella sua monumentale opera: “Storia del Popolo Cadorino” ha scritto: “Gli Etruschi espulsi dall’Insubria, assisi su quel tratto delle Alpi che dalle Pennine ed Elvetiche corrono alle vette di cui la Drava ed il Piave, mescolatosi coi Taurisci loro consanguinei, primi e più antichi abitanti di quei luoghi, e fusisi con essi, costituirono un solo corpo politico, ed assunsero il nome generale di Reti.

Dividevansi in molte Comunità, ognuna delle quali sembra che fosse munita d’una rocca, in che i singoli popoli, onde quelle denominavansi, potessero se assaliti, riparare e difendersi: fra esse anche la Comunità dei Caturigi. Sedeva questa in mezzo alla valle, ai piedi dell’Antelàu, con in faccia tra Meriggio e Levante il Montericco, e sopra un’appendice di questo la rocca detta in seguito Arx Caturigum, Locus Caturigum, Caturiga, Cadubrium, poi Catoro e Cadoro, nome che passò, come notammo, nella contrada”.

Questa ipotesi già scartata in passato dagli studiosi che hanno individuato come primi abitanti del Cadore i Liguri, i Paleoveneti ed i Celti, merita comunque a mio avviso di essere approfondita.

In questi ultimi anni stanno prendendo consistenza alcune ipotesi che sostengono la tesi di un’infiltrazione dei Reti su tutto l’Arco Alpino Orientale, quindi non solamente nel Trentino Alto Adige, nel Feltrino, in Svizzera e in Tirolo, ma anche in Cadore.

Se ciò venisse confermato, significherebbe che i popoli che abitavano le Alpi Orientali prima della colonizzazione da parte dell’Impero Romano, parlavano all’incirca la stessa lingua per quanto diversificata di valle in valle, da varianti dialettali, è noto infatti che le popolazioni Ladine hanno cultura e tradizioni popolari antichissime e, pur avendo subito occupazioni e colonizzazioni diverse, hanno conservato alcune peculiarità comuni.

L’incontro prolungato con i Romani ha costretto dapprima i notai, i gromatici, i commercianti, i militari e via via anche il resto della popolazione ad apprendere come seconda lingua il latino volgare che, però non venne mai assimilato completamente; ciò è particolarmente evidente nei vocaboli che ricordano la natura e le attività dell’uomo in alta montagna: rin, croda, crepe, saroio, tauta, barancio, dassa, troi, lioda, ciaspe, dusa, nida, poron, brama ecc. ed anche in numerosi toponimi che i glottologi hanno riconosciuto di origine protostorica.

Così come è successo con altri popoli conquistati dall’Impero Romano, anche gli abitanti delle Alpi Orientali, dalla Slovenia ai Grigioni, dalla Carinzia al Tirolo, durante il periodo di colonizzazione dovettero assimilare in qualche modo la lingua degli invasori senza però accettarla completamente.

Parte degli Svizzeri, degli Austriaci, tutti gli abitanti della Val Pusteria, del Friuli, del Cadore, delle Valli Badia, Fassa, Fiemme e di tutto l’Alto Adige, parlavano una lingua che può essere considerata come il protoladino: il latino volgare intessuto di numerose parole e suoni delle lingue autoctone parlate precedentemente.

Con l’avvicinarsi del crollo dell’Impero, si intensificarono le invasioni di barbari provenienti dalle steppe asiatiche e dalle terre del nord. I Ladini che popolavano l’Austria e la Val Pusteria furono massacrati e sterminati dalle orde provenienti da oriente, popolazioni troppo spesso individuate genericamente come: “gli Slavi”.

Verso il 600 d.C. arrivarono i Bavaresi che, dopo essersi scontrati con gli slavi, germanizzarono definitivamente molte delle aree abitate in precedenza dai ladini: la Carinzia, il Tirolo, la Val Pusteria e tutto l’Alto Adige.

Il Cadore, che durante la dominazione romana era compreso nel territorio di Julium Carnicum, si salvò perché difeso dai Longobardi che, nel 568 d.C., erano giunti da oriente ad occupare il Friuli.

Molto probabilmente furono proprio i gromatici romani a fissare per primi i limiti territoriali del Cadore, limiti mantenutisi intatti nei secoli fino all’arrivo della Repubblica di Venezia che cedette, in epoche diverse, (1582, 1589 e 1752) consistenti fette di territorio ai Tirolesi.

A contrastare le supposizioni fin qui fatte dagli storici, emerge con forza un dubbio sulla provenienza dei primi abitanti della Val d’Ansiei, i quali fino al 1752 erano padroni di un vastissimo territorio ricco di foreste e fertili pascoli: da Treponti fino all’Osteria di Landro, ben 35 chilometri a nord del centro abitato di Auronzo.

“Landro (Hollenstein) albergo e stazione postale. Siccome era lontano dalle abitazioni e villaggi, la casa al Landro (osteria) era costruita proprio sul confine, una stanza in Tirolo e l’altra nel Cadore, così vi potevano trovare alloggio i passeggeri delle due nazioni che in caso di bisogno ricevevano alimento e servizio gratuito. Qui il fiume Rienz (Byrrus) per Venanzio Fortunato” (V. Donà, Il Manuale ad uso dei Viaggiatori, p 66-67, Padova 1877).

Gli Auronzani conservano tuttora, dopo quasi seicento anni di venetizzazione che ha senza dubbio modificato profondamente la lingua originaria, alcune varianti linguistiche rispetto ai più popolati paesi del Cadore.

Ci si riferisce soprattutto alle finali in “ou” come: Ciou, sbreou, sacagnou, fursignou, thighiou, ecc. non riscontrabili a Domegge, Calalzo, Pieve, Valle, Borca, San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo, ma anche una differenza nella “c”, dolce invece che forte, e per la “t” che in molte parole assume il suono del theta greco e del th anglosassone e che in questo volume sarà trascritta con “th”.

Come per il Comelico i cui confini comprendevano anche Cercenà, l’odierna Tilliach ora in territorio austriaco, anche per Auronzo è possibile pensare a una prima occupazione del territorio da parte di popolazioni provenienti da oriente attraverso la Valle della Drava e la Val Pusteria.

Sarebbe così chiarito perché gli abitanti della Val d’Ansiei possedevano Mesorina, la Val Rinbon, le Pale de Rivis ed una parte di Landro così distanti dal centro abitato e molto più vicini invece a Dobbiaco e Ampezzo.

Resta ancora da studiare a fondo l’influenza che hanno avuto i Bavaresi su una parte del Cadore, oltre che con un’approfondita ricerca sulle fonti storiche, anche esaminando accuratamente le evidenti differenze linguistiche.

MUSEI

Nel giugno 2008 è stato inaugurato il Museo Civico in via Dante presso il palazzo Corte Metto con quattro sezioni: Scienze della Vita e della Terra al primo piano, archeologia al secondo, la “Grande Guerra” al terzo e l’attività mineraria e mineralogica nell’ultimo. Il Palazzo è inoltre sede di mostre temporanee a tema vario: in passato ha ospitato mostre di Fotografia Naturalistica, Alpinismo, Storia dello Sci e Filatelia.

PERSONE LEGATE AD AURONZO

– Renato Del Din, alpino e partigiano Medaglia d’oro al valor militare.

SPORT

Ad Auronzo non manca di certo lo sport. Infatti:

– Hockey su ghiaccio
Ad Auronzo è attiva, attualmente solo nel settore giovanile, l’U.S. Tre Cime.

– Ciclismo
Per quattro volte Auronzo di Cadore è stata sede di arrivo di tappa del Giro d’Italia, la prima nel 1946, l’ultima nel 1973. In diverse altre edizioni del Giro si è svolta una tappa con arrivo presso le Tre Cime di Lavaredo.

– Canoa
Ogni anno si svolge una gara nazionale di Canoa in giugno ed una internazionale in Luglio.

– Corsa in montagna
Fin dal 1973 si tiene ogni anno in agosto la Camignada poi sie’ refuge, una corsa in montagna non competitiva che si snoda per 30 chilometri, dal lago di Misurina al lago di Auronzo, lungo sei rifugi alpini nei gruppi delle Tre Cime di Lavaredo, del Monte Paterno e della Croda dei Toni.

– Calcio
Dal mese di luglio del 2008, la cittadina nel bellunese ospita il ritiro estivo della S.S. Lazio.

 

Fonti: Auronzo.eu e wikipedia