DANTA DI CADORE

DANTA DI CADORE

Danta di Cadore (Danta)

Se Danta di Cadore ha catturato la tua attenzione allora puoi scoprirla attraverso questa pagina.

 

Situata a 1400 metri di altitudine, tra il Cadore e il Comelico, si presenta come una terrazza panoramica sulla valle del Piave, del Padola e dell’Ansiei, attorniata dall’Aiarnola, dalle Marmarole, dalla Catena dei Brentoni, dalle Tre Terze, dal Peralba, dal Longerin, dal Cavallino e offre anche una bella vista sull’Antelao. Una località amena, riservata a chi ama stare a contatto con la natura inviolata e le tradizioni di un tempo, fuori dal caos cittadino delle metropoli.

Danta è importante per la presenza di quattro Torbiere, ambienti caratterizzati da abbondanza di acqua e zone paludose, in cui si sviluppano diversi e delicati ecosistemi visitabili attraverso un sistema di passerelle complete di tabelloni informativi. Il complesso ha un’estensione di circa 200 ettari e, assieme a quello della zona di Coltrondo in Comelico, rappresenta per numero di specie rare uno dei siti di maggior rilevanza naturalistica e di interesse floristico-vegetazionale della regione.

Vi si possono trovare piccoli fiori carnivori, ben 26 specie di orchidee spontanee, cavità naturali, foreste di abeti rossi e bianchi e una ricca vegetazione di larici che costeggia il Rio Cercenà. Il periodo dell’anno più favorevole per una visita è la primavera, nel momento della spettacolare fioritura.

Origine del nome

Il suo nome riserva una storia lontana: in origine fu denominata Anananto (952 d.C.) e in seguito Anaganto, Anta, De Anta e Antla, la cui derivazione potrebbe essere “de antrum” a significare che il villaggio si trovava in prossimità di una caverna, o dalle radici “ende”, “anta”, “end” in riferimento al termine fine, estremità o punta.

Storia

Quasi certamente la località non fu abitata fino al VI secolo, quando alcuni abitanti della Pusteria vi si insediarono costretti a sfuggire dalle invasioni barbariche, poiché non si trovano testimonianze di stanziamenti precedenti.

Divenuto comune solamente dal 1843 (all’epoca il più piccolo della Provincia), Danta era anteriormente suddivisa in Danta di sopra, affidata a Candide, e Danta di sotto a Santo Stefano ed il confine posto all’altezza della vecchia fontana.

Danta sino al 1701, quando costruì il suo primo cimitero doveva battezzare i neonati e seppellire i morti, in parte a San Nicolò e in parte a Santo Stefano e che proprio per questo il Col dei Morti era così chiamato dalla breve sosta che sulla strada delle Ante usava fare la processione funebre.

Dopo il passaggio di Napoleone, nel 1807, Mezza Danta di sopra, appartenne al comune di S. Nicolò, e Mezza Danta di sotto, a quello di Casada. Dopo il “rifabbrico” ottocentesco, a inizi Novecento venne costruita la strada da Auronzo a Padola che aumentò i collegamenti con il resto della provincia.

Simboli

Lo stemma comunale viene così descritto:

« […] stemma partito: nel primo d’azzurro al pino silvestre al naturale, posto tra due torrioni di pietra ai due palchi, quadrati, con base piramidale, merlati alla guelfa, moventi dai due fianchi dello scudo, il tronco incatenato ai torrioni, il tutto terrazzato di verde; nel secondo di rosso, al monte all’italiana di sei colli d’oro cimato dal cervo saliente dello stesso. »
(Statuto comunale, art. 5)
Il primo partito è comune a tutti gli stemmi della zona e rappresenta lo stemma del Cadore.

Per quanto riguarda il gonfalone:

« […] è costituito da drappo rettangolare cadente, terminante con bordo a due angoli rientrati con frangia d’argento. Il drappo è appeso ad un’asta orizzontale portata a sua volta da un’asta centrale, tenuta da due cordoni d’argento (con fiocchi). Il gonfalone è di drappo partito di rosso e di azzurro, caricato dell’arma sopra descritta e su di esso sono riprodotti in color argento lo scudo e le armi con in alto il nome del Comune. »

Monumenti e luoghi d’interesse

– Chiesa di Santa Barbara
La chiesa di Santa Barbara sorge discosta dal centro, in posizione panoramica.
Si tratta di un edificio recente che ha sostituito un sacello Settecentesco nella prima metà del XX secolo. L’antico “altariolo” fu realizzato nel 1702 dal pievano di Candide per proteggere il paese dai fulmini e dagli incendi (da qui l’intitolazione a Santa Barbara)

Il cantiere per la costruzione della chiesa fu aperto il 5 agosto 1913, ma i lavori procedettero a rilento per lo scoppio della Grande Guerra. Durante questo periodo l’opera era ancora priva della copertura e, anzi, venne gravemente danneggiata per l’insediamento di alcune installazioni antiaeree. L’altare venne finalmente consacrato il 19 dicembre 1921. Due anni dopo l’edificio veniva completato con le cinque statue di santi commissionate alla ditta Purger di Ortisei.

Il 16 luglio 2007 la chiesa è stata visitata da papa Benedetto XVI durante il suo soggiorno in Cadore.

– Chiesa di San Rocco e Sebastiano
La Chiesa di San Rocco e Sebastiano risalente alla fine del XVIII secolo conserva alcuni dipinti di Tomaso Da Rin, di Barberis e di scuola vecelliana.

Museo Paleontologico “Le Radici della Vita”
Danta di Cadore ospita il Museo Paleontologico “Le Radici della Vita”inaugurato il 15 agosto 2008. Deve la sua ideazione a Bruno Berti ricercatore veneziano che da molti anni svolge i suoi studi naturalistici in Val Comelico. La realizzazione è avvenuta grazie all’iniziativa della comunità di Danta e del lavoro svolto da due amministrazioni comunali. Il museo è ubicato nei locali messi a disposizione dalla Regola Comunione Familiare “Tutta Danta” e all’allestimento ha collaborato Giancarlo Scarpa del Gruppo Scienze Naturali “Charles Darwin” di Mestre.

Bruno Berti, che ha curato la parte scientifica nella realizzazione dello spazio, si è rivolto soprattutto alle “nuove generazioni come fondamentale supporto alla loro formazione e fornisce basi per potersi avvicinare e comprendere il complesso laboratorio che ha modellato e adattato la vita sul nostro pianeta nel corso delle Ere geologiche. Allo stesso tempo, rappresenta un valido supporto per gli studiosi e per quanti intendono avvicinarsi alle conoscenze naturalistiche.”

La sala accoglie al suo interno numerosi pezzi appartenenti alla collezione paleontologica privata di Bruno Berti e reperti donati dal Centro Studi Ricerche Ligabue di Venezia che ha anche contribuito alla realizzazione museale.
In mostra si trovano, oltre a reperti paleontologici delle Dolomiti, fossili vegetali e animali recuperati in varie zone del mondo (Messico, Slovenia, Marocco, Sud America). Il Museo si presenta con una ventina di vetrine espositive disposte lungo tutte le quattro pareti della stanza ed alcune posizionate al centro. Le prime due vetrine in ordine di visita raccontano le originarie forme di vita sulla terra secondo la teoria della Panspermia.

Si passa poi alla vetrina che accoglie i reperti risalenti al Paleozoico dove troviamo delle gocce di pioggia fossilizzate; mentre la vetrina successiva è dedicata ai dinosauri con delle uova, impronte e altri fossili.

La vetrina dedicata ai processi di fossilizzazione ne descrive la formazione attraverso le ammoniti, i pesci e i vegetali. Una sezione è dedicata all’evoluzione dell’uomo raccontandone la vita e gli strumenti per la sopravvivenza nel Neolitico e nel Paleolitico.

Viene trattato poi il tema del fondale marino con un pannello illustrativo, mentre nella dodicesima vetrina ci sono diversi insetti fossilizzati. Il museo possiede una zanna di mammut, un cucciolo di dinosauro Psittacosaurus completo in ogni sua parte anatomica vissuto circa 110 milioni di anni fa nell’Asia orientale; un cranio dell’orso delle caverne e un cranio di coccodrillo primitivo.

C’è poi la sezione dedicata ai fossili del Veneto e una ricostruzione dell’ambiente delle Torbiere che caratterizzano la natura presente a Danta. Al museo sono presenti delle schede plastificate esplicative delle varie vetrine indirizzate sia agli adulti che ai bambini.

Il Museo viene gestito, con il supporto del Comune, da un gruppo di volontari che si riuniscono sotto il nome di “Danta Viva” formato da persone del paese e di altre città che gestiscono l’apertura, la promozione e la guida lungo il percorso espositivo.

(Tratto dalla Tesi di Laurea “Val Comelico, due proposte di sviluppo: la Rete Museale del Legno e la valorizzazione del Patrimonio Artistico” di Marta De Zolt, Università Ca’ Foscari Venezia)

Le torbiere di Danta: Il sentiero attrezzato

Visita al biotopo
Il termine significa in ecologia “luogo di vita” ed è generalmente un’area di limitate dimesnioni che ha conservato intatte le proprie caratteristiche naturali, grazie anche al rispetto delle popolazioni locali, e può ancora oggi mostrare comunità viventi ormai rarrissime e spesso uniche

Il comune di Danta, pur limitato nella sua estensione, è caratterizzato da numerosi siti di torbiera. Essi sono in generale considerati, dalla popolazione locale, di ostacolo all’attività agricola e selvicolturale e, dalla massa turistica, inospitali e marginali. Tali ambienti sono diventati sempre più rari, vista la continua azione di bonifica operata dall’uomo con la conseguente rarefazione di specie vegetali e animali tipiche. Per questo motivo si è voluto approntare un sentiero didattico che illustri le caratteristiche di questi particolari ambienti per lo più sconosciuti e che, attraverso la loro conoscenza, permetta un’azione di tutela e conservazione.

Caratteristiche generali
Il tracciato parte dalla strada provinciale n. 6 che conduce da Danta ad Auronzo di Cadore e, attraverso la zona torbicola presso la parte bassa della Val di Ciampo, chiamata anche “Pontigo”, e il bosco sottostante, si raggiunge la torbiera in zona Cercenà, congiungendosi a “Ponte Mauria” con la strada comunale che dall’abitato di Danta porta alla Madonna di Monte Piedo. Esso costeggia entrambi i siti torbicoli suddetti, riducendo al minimo l’impatto sia in fase di esecuzione sia di fruizione. La lunghezza totale del tracciato è di 1196 m con un dislivello di 60 m.

Il percorso
Il periodo più favorevole per la visita è la primavera e l’inizio estate, quando sono osservabili le fioriture delle specie vegetali presenti nelle torbiere. Lasciata la macchina sullo spiazzo o provenendo a piedi dal paese di Danta, prima di percorrere il sentiero si può osservare la torbiera soligena a monte della strada, con il caratteristico canneto in fase di espansione.

Lungo il primo tratto è presente la vegetazione ripariale di salici lungo il Rio Cercenà, mentre nel prato si notano gli eriofori.
A questo punto si entra nel bosco di Abete bianco e rosso, sbucando poi sulla torbiera topogena. Qui si possono osservare le caratteristiche più pregevoli del biotopo, illustrate anche sul pannello informativo.

Dalla passerella sono osservabili i tappeti di sfagni: muschi a crescita illimitata, che si sviluppano solo in presenza di acidità elevata (pH < 4.5), che loro stessi contribuiscono ad aumentare. Sui loro cuscini vegetano l’Andromeda polifolia con i suoi splendidi fiori penduli rosa e il Vaccinium microcarpum, di cui si possono vedere, in primavera, i fiori rossi a quattro petali e, in autunno, le tipiche bacche rosse, particolarmente acide, non commestibili.

Più difficili da trovare sono le drosere, piante “carnivore”, tipiche di luoghi torbosi, i cui colori la mimetizzano con la vegetazione circostante. Le sue foglie sono munite di peli ghiandolari, detti tentacoli, che secernono una sostanza vischiosa e un succo digerente. Se un insetto si posa sulla foglia, esso resta immobilizzato dalla sostanza vischiosa, i tentacoli si piegano su di esso e aumenta la secrezione di succo digerente, che decompone la vittima. Gli stessi peli assorbono i prodotti della decomposizione della preda e successivamente si rizzano pronti ad una nuova caccia, mentre i resti indigeribili dell’insetto si disseccano e vengono asportati dall’aria.

Terminato il percorso sopraelevato si entra per un lungo tratto nelle formazioni di Abete bianco e Abete rosso. II primo si caratterizza per la corteccia grigiobiancastra, le foglie aghiformi con due strie bianche nella pagina inferiore, disposte in modo distico e per i coni (pigne) eretti, che si sfaldano a maturità. L’abete rosso si distingue per la corteccia rossobrunabiancastra, che si desquama a placche, per l’inserzione radiale degli aghi e per i coni pendenti che si staccano interi a maturità. Nelle zone più aperte, prative, si insediano esemplari di Pino sivestre e Ginepro, con le sue foglie acute e pungenti, verticillate a tre (tre su un livello) e con i galbuli (frutti) sferici, blu-neri, che impiegano due anni per giungere a maturità.

Camminando silenziosamente non è raro imbattersi in esemplari di capriolo.

All’interno del bosco sono stati posizionati dei covatoi prefabbricati ecologici in argilla, segatura e cemento, per favorire la nidificazione di varie specie di uccelli.

Siccome sono sempre più rare le cavità naturali, nelle quali molte specie costruiscono il loro nido, si cerca di sopperire installando queste cassette nido, che hanno tipologia e dimensione diversa a seconda delle specie.

Successivamente si sbuca nella torbiera intermedia di Cercenà, dove ci si può sedere sulle panchine ammirando la formazione di Pino Mugo su sfagni e i numerosi uccelli che frequentano questo ambiente. Di solito presente sui ghiaioni dolomitici, il Pino Mugo vegeta anche nelle torbiere.

 

Fonti: Nuovo Cadore, Infodolomiti e wikipedia