LIVINALLONGO DEL COL DI LANA

Livinallongo del Col di Lana

Per quanto il territorio di Livinallongo appartenga geograficamente alla Valle del Cordevole (alto Cordevole), e quindi all’Agordino, e faccia parte della provincia di Belluno, esso presenta caratteristiche naturali, storiche ed etnografiche tali che, nella regione delle Dolomiti, può configurarsi come una entità ben distinta.

Dal gruppo del Sella, che culmina con la bella e regolare forma piramidale del Boè, si diramano, nella direzione approssimativa dei punti cardinali, le quattro rinomate valli del territorio ladino centrale: a nord la Val Badia, e est quella di Livinallongo, a sud la Valle di Fassa percorsa dall’Avisio, ad ovest quella di Gardena.

La Valle di Livinallongo è solcata dal torrente Cordevole, nodo importantissimo della idrografia dolomitica, che prende origine dal Passo Pordoi, sul versante orientale, fra il Sella e la catena del Padon.

Il territorio di Livinallongo è limitato quasi interamente da confini naturali, e precisamente: ad est le creste del Nuvolao lo dividono dalla Comunità di Ampezzo, mentre i dirupi del Settsass e le lunghe giogaie del Prelongié dalla Valle di S. Cassiano; ad ovest le altura di Sommamont e di Forcelle lo separano da Corvara – Val Badia, mentre il gruppo del Sella ed il Sass Picciéda Gardena e Fassa; a sud le lunghe vette della catena del Padon dalla Valle di Penia e della Pettorina ed ad est il rivo di Davedino.

Il paesaggio, tipicamente dolomitico, trova maggior rilievo nel contrasto fra le rocce calcaree e le rocce di origine vulcanica.
Si tratta quindi di una regione caratteristica del paesaggio dolomitico, dai versanti ora rivestiti da grandi abetaie, contratti e terrazze ben coltivati, o scoscesi, ora con le alte dorsali stendentesi in verdi praterie e grandi pascoli, interrotte da massicci rocciosi.

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PRIME TRACCE DI VITA UMANA

Gli studiosi sono concordi nel ritenere possibile che non solo i versanti esterni, ma anche le più interne valli alpine, e fra queste le valli ladine e anche quella di Livinallongo, siano state abitate in tempi antichissimi.

Genti sparse, stanziate originariamente in pianura o nei rilievi prealpini, che incalzate da altre, dovettero trovare rifugio in siti pressoché inaccessibili. Dapprima, e certamente per molto tempo, non si trattò di insediamenti stabili, di popolazioni vere e proprie, bensì di nuclei più o meno isolati e sparsi, o più semplicemente di cacciatori occasionali, di passaggio.

Secondo leggendarie narrazioni, ancor oggi assai vive, gente rozza e barbara, i “Salvàgn” o “Salvàns”, viveva in grotte naturali o in semplici capanne fatte di rami intrecciati, pressoché sepolte nelle immense foreste, e vestivano pelli di lupi e di orsi e si nutrivano di radici, erbe e selvaggina, e solo nel rigore dell’inverno scendevano con le loro mogli, le “Salvères” o “Vivènes” o “Ganes”, fra i valligiani ove erano bene accorti e nutriti perché si trattava di uomini pacifici ed innocui.

Secondo una probabile interpretazione storica, sulle Alpi l’uomo primitivo non tardò ad apparire alla fine dell’era quaternaria, quando cioè le grandi vallate si resero percorribili ed abitabili col progressivo ritiro dei ghiacciai.

Ancora nell’epoca mesolitica (VIII -V millennio a.C.) e forse anche prima, (l’uomo, partendo dalla pianura prese a salire a ritroso il corso dei fiumi inoltrandosi nella catena alpina. Si fermò dapprima sui rilievi prealpini, poi avanzò sempre più profondamente, cercando altra selvaggina ed esercitando anche la pesca. Questi uomini primitivi, venuti dal mezzogiorno, appartenevano alla popolazione dei Liguri, rozzi cacciatori nomadi, che nel settore orientale delle Alpi giunsero fin nel bacino medio del Piave ed in quello dell’Adige e più tardi in quello dell’Isarco, certamente fino ai passi dolomitici.

Quasi contemporaneamente ai Liguri, genti Illiriche, risalendo il corso della Drava, occuparono la Pusteria, scendendo poi lungo l’Isarco ed incontrandosi con i primi.

Forse già al principio dell’età del bronzo (2000 a.C.) avevano preso avvio le primitive relazioni commerciali attraverso il Brennero e Resia.
Fu seguendo le valli alpine settentrionali che calarono in Italia i Proto-Italici, che alla civiltà della pietra sostituirono quella del bronzo, ed inaugurarono le stazioni lacustri, delle palafitte o terramare.

Furono essi ad avere le prime sedi stabili, a fabbricare oggetti casalinghi e ad occuparsi dell’agricoltura. Durante l’età del bronzo si assistette ad un ulteriore sviluppo della lavorazione del metallo: oggetti appartenenti all’età del bronzo e del ferro sono stati rinvenuti infatti nei sepolcretti di Rocca Pietore; una lapide sepolcrale con una iscrizione etrusca o illirica, rimasta indecifrata, è stata trovata nel 1866 sul Monte Pòre. La sua esistenza dimostra come in quella montagna sopra il caseggiato di Larzonei, vivessero popoli preesistenti ai Romani, e già relativamente colti che conoscevano le lettere.

Ai Proto-Italici subentrarono forse gli Etruschi coi quali si fusero. Cacciati dalle loro sedi della pianura padana in seguito all’invasione dei Galli, gli Etruschi si rifugiarono nella catena alpina lasciando diverse inscrizioni della loro lingua ancora indecifrata.

Fu poi la volta dei Celti o Galli (come li chiamavano i Romani) che fin dalla preistoria avevano invaso l’alto bacino danubiano e la pianura Padana. Intelligenti e gagliardi, vivevano però di rapina, e dove passavano lasciavano morte e miseria.

Fu appunto davanti a loro che le popolazioni originarie ripararono nelle vallate alpine che davano sicurezza ed erano anche facilmente difendibili.

È accertata comunque una infiltrazione gallica fra il IV e il V secolo a.C. anche nelle valli dolomitiche: ed infatti i Galli Cenomani, spintisi nella Valle dell’Adige, assorbirono le popolazioni che vi si trovavano e si addentrarono nelle valli laterali, raggiungendo anche elevate altitudini. Ma non riuscirono ad espandersi molto a oriente ove i Veneto-Illirici posero freno alla loro avanzata.

I centri abitati di queste popolazioni barbare dell’età del bronzo erano posti in luoghi facilmente difendibili, per assicurarsi dalle invasioni dei nemici. Lungo il fianco delle montagne, sulle colline, vi erano i cosiddetti “Castellieri”, aventi tutti le stesse caratteristiche: un colle, che permetteva un facile accesso da una parte sola, circondato da un profondo fosso, più tardi da un muro di rozza pietra, entro il cui perimetro in caso di pericolo si rifugiavano uomini e bestiame.

La Valle dell’Adige era stata analogamente fortificata con una lunga serie di villaggi recintati di mura col sistema italico degli “oppida”, ciascuno dei quali veniva occupato da una associazione di famiglie legate da una comunanza di origine. Anche a Livinallongo sono rimaste tracce di castellieri, o per lo meno tali si ritengono quelle rinvenute sotto i dirupi del Col di Lana, nelle vicinanze del casale di Sief e di Arabba alle falde del Monte Burz.

Le genti sopra citate non erano popolazioni vere e proprie, ma soltanto tribù più o meno numerose, probabilmente delle rozze comunità. Quando i Romani vennero a contatto con queste popolazioni, le identificarono col nome di “Reti”, nel senso generico di popoli alpini, e “Rezia” fu chiamato il territorio centrale delle Alpi.

I Reti non erano un popolo unico, unito, di “civiltà retica”, ma si trattava in effetti di genti diverse, affini per origine e lingua, ma indipendenti fra foro. Ogni vallata costituiva infatti una comunità separata dalle altre.

Nelle Valli del Piave e del Cordevole vi erano gli Euganei, ai quali appartenevano gli Aguntini nella Valle di Agordo, i Caturgi nella Valle di Cadore e di Ampezzo, i Zaurni nella Valle di Zoldo ed i Culici nella Valle superiore del Cordevole, cioè in Livinallongo. È certo che non si tratta più di gente nomade, ma di popolazioni ormai dedite all’agricoltura ed alla pastorizia, di religione pagana, e che pare abbiano occupato anche la Valle di Livinallongo.

L’EPOCA ROMANA

Mentre i Reti avevano stabilito la loro dimora nelle vallate delle Alpi meridionali, nel centro dell’Italia si era formato uno stato che, da piccole origini nel corso dei secoli distese il suo dominio sopra quasi tutto il mondo allora conosciuto.

Dopo aver sconfitto nell’anno 218 a.C., con sanguinosi combattimenti l’ostinata resistenza dei popoli dell’alta Italia (i Galli Cisalpini) e aver assoggettato la pianura veneta, i Romani arrivarono alle falde delle Alpi.

Nel 217 giunsero nella Val Belluna e di qui risalirono un tratto del Piave e forse del Cordevole; nel 102 a.C. erano già nella Valle dell’Agide. Ma in effetti queste popolazioni seguitarono a restare del tutto indipendenti per diverso tempo e, soprattutto i Reti delle alte valli dell’Adige, compivano razzie nel territorio soggetto ai Romani e depredavano e massacravano i viandanti sulle strade del Brennero e di Resia. Inoltre, alle spalle dei Reti dell’Isarco e della Venosta, premevano minacciosamente oltre la catena alpina, dalla Svizzera al Danubio.

Fu proprio per porre fine alle continue violenze perpetrate da queste genti, che l’Imperatore Ottaviano Augusto incaricò i figliastri, Tiberio e Druso con un potente esercito, di assoggettare definitivamente i Reti.

Trovarono tuttavia un’ostinata resistenza e dovette trascorrere molto tempo prima che potessero indurli all’obbedienza ed assoggettarli all’Impero. I luoghi montuosi  ed aspri erano infatti difficili da conquistare, le vie erte e strette protette da inaccessibili castellieri erano ben difese dai montanari.

Il territorio dei Reti, con l’editto dell’Imperatore Claudio, nel 46 d.C. fu aggregato, come provincia e con il nome di Rezia e Vandelicia, all’Impero e vi fu esteso il diritto romano.

Quanto in particolare alle popolazioni che si suppone possano essersi insediate nell’alto Cordevole, nulla si sa. La scoperta di iscrizioni confinarie alla base del Civetta, fra i municipi di Julium Carnicum (Friuli) e di Belluno, ha lasciato in un primo tempo supporre l’esistenza di insediamenti stabili preromani e romani nella zona. Ma ciò lo si può escludere, anche se la zona, pur essendo selvaggia e completamente disabitata, non fu del tutto priva di un certo interesse.

È certo comunque che il Cadore con Selva apparteneva al municipio di Julium Carnicum; non si sa invece se il territorio di Rocca Pietore e Livinallongo fosse pure aggregato a questo municipio, e quindi alla “Regio X Italica”, oppure facesse parte della Rezia.

Mentre numerosi sono i reperti archeologici ed epigrafici nel Cadore, nel Bellunese e nel corso inferiore del Cordevole, questi mancano, infatti, totalmente nelle valli interne dell’Agordino: da ciò si può dedurre che in queste valli l’insediamento dell’uomo si verificò solo in epoca tardo medievale.

Nessuna testimonianza conferma la supposizione che una via romana congiungesse Belluno alla Val Pusteria passando per l’Agordino, la Val Parola e la Val Badia, e che i Romani avessero istituito presidi ed eretto fortilizi nella Valle di Livinallongo.

In tutta la regione la “pax romana” durò così a lungo, che poterono goderne diverse generazioni. Quale tipo di amministrazione vigesse in queste zone non è noto: comunque i rapporti con i “montanari” non dovettero essere cattivi. Di norma infatti i Romani non mutavano le tradizioni amministrative dei popoli soggetti, imponendo sì una disciplina inflessibile, ma pur sempre con giustizia.

Le Alpi furono quindi un argine di sicurezza, attraverso le quali i Romani seguitarono a passare verso conquiste sempre più lontane. Ma le vicende subirono ben presto nuove svolte, e le Alpi servirono di transito, in senso opposto, alle genti barbariche che scendevano verso l’Italia.

L’influenza romana nelle nostre valli durò sino al crollo dell’’Impero occidentale nel 476 d.C..

Già ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio (161-180) i Nordici si avvicinarono alle porte dell’Impero e minacciarono di occuparlo. In seguito le invasioni si fecero sempre più frequenti e sempre più devastanti. Sotto Valentiniano (364-375) gli Alemanni devastarono la Rezia. A questi seguirono i Visigoti, i quali nell’anno 395 depredarono l’Illirico ed il Veneto.

Fu quindi la volta di Attila “Il Flagello di Dio”, che con le sue  orde penetrò anche nelle valli alpine, distruggendo tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Seguì il dominio di Odoacre, poi quello di Teodorico, dei Bizantini, dei Longobardi, dei Franchi.

Furono i Longobardi a lasciare un’impronta duratura e profonda, realizzando una grande e generale riforma, volta innanzitutto alla restaurazione dell’Autorità dello Stato.

E lo fecero distruggendo l’ordinamento municipale e sostituendolo con l’ordinamento comunale longobardo, ben più solido ed autoritario.

In ogni città che dominava un certo territorio nominarono un “Duca”, che altri non era che il capo di una tribù di guerrieri.

Tuttavia i Longobardi si mescolarono in breve tempo ai vinti ed assorbirono insieme alla religione, anche la loro superiore cultura; non solo erano degli ottimi guerrieri, ma erano anche dei buoni colonizzatori in pace e degli efficienti amministratori

Dopo due secoli di dominio longobardo, nel 774 fecero la loro comparsa i Franchi, popolo molto più rozzo del precedente. Carlo Magno coronato nell’800 a Roma imperatore romano, ristabilì l’Impero, il cui dominio si estendeva anche sulle Alpi.

Per porre freno alle scorrerie nella regione del Friuli, e per prevenirne altre, si costruirono fortificazioni e castelli a difesa dei passi alpini; scrittori italiani vogliono che a questo tempo risalga il Castello di Andraz.

Morto Berengario gli successe nel regno Rodolfo, re di Borgogna, ed a questi Berengario II, ultimo re dell’Alta Italia.

Re Ottone di Germania, venuto in guerra contro Berengario, II, lo vinse e lo spogliò del suo regno nel 962, e unendo l’Italia alla Germania fondò l’Impero Romano-Germanico. Fu Ottone a creare la marca di Verona e la contea del Friuli, assegnandole al ducato di Baviera e così anche le nostre valli divennero soggette agli imperatori tedeschi.

Che cosa sia successo, in questo turbinio di avvenimenti ai valligiani arroccati fra le montagne, è cosa difficile da dirsi, certo è che i barbari invasori non rivolsero verso di loro particolare “attenzione”, in quanto maggiormente attratti dalla pianura fertile e ricca e non certo dalle valli sconosciute, nascoste e poverissime.

A conquistare queste popolazioni, che seguitavano ad essere pagane, non furono uomini armati, ma uomini estremamente pacifici che predicavano e diffondevano il Cristianesimo.

CON L’EPOCA FEUDALE, IL DOMINIO DEI PRINCIPI VESCOVI DI BRESSANONE

Mentre nei bassi secoli dell’Impero le valli ladine godevano piena libertà a motivo della loro posizione appartata, furono successivamente introdotti dei grandi cambiamenti nel loro stato in conseguenza delle invasioni dei popoli nordici nell’Impero Romano.

Dopo essere stato incoronato imperatore romano, Carlo Magno abolì i ducati, o meglio a divise in “Contee”, che vennero date ai conti e in “Marche”, queste ultime ai confini dell’Impero che furono assegnate ai marchesi.

Caratteristica della nuova organizzazione era la grande proprietà terriera che diede origine al regime feudale. Le città andavano perdendo i loro privilegi politici e la stessa importanza economica. Nelle campagne sorgevano palazzi e castelli, sontuose dimore di nobili signori.

Il regime carolingio conferiva al re il possesso dei pascoli, dei boschi, delle miniere e delle acque, e di tutto il resto; tutto il territorio era considerato di sua proprietà, piena ed assoluta, ma in pratica il re concedeva una parte dei suoi beni in beneficio o in feudo ai suoi guerrieri per assicurarsi, in caso di bisogno, l’assistenza militare.

Il re restava comunque signore assoluto, ma governava da lontano, e considerate le impossibili comunicazioni del tempo non governava affatto.

A comandare era il “vassallo”, quello cioè investito del feudo. Ma anche lui per le stesse ragioni, concedeva con il medesimo scopo e gli stessi obblighi, le terre ai guerrieri minori, i “valvassori”. Vigeva inoltre la servitù della gleba”, per la quale i contadini erano legati alla terra ed ai fondi, e ne seguivano le sorti secondo la volontà del padrone.

Le condizioni dei servi non erano però insopportabili, perché in sostanza i signori avevano bisogno delle loro prestazioni se volevano ricavare dar terreno i suoi frutti.

Molti e vasti feudi furono concessi a mense vescovili, a conventi e monasteri. L’odierno Tirolo nel Medioevo, era in gran parte nelle mani di ecclesiastici: dei vescovi di Coira, di Trento, di Bressanone; dei monasteri di S.Candido, Novacella, Sonnenburgo ed altri ancora.

La Valle di Livinallongo apparteneva al principato vescovile di Bressanone, istituito con diploma di Corrado il Salico e ampliato dall’Imperatore Enrico IV che infeudò ad Albuino, vescovo di Bressanone, la contea del Norico e la Pusteria. Il dominio temporale dei vescovi di Bressanone era così cresciuto, in forza di imperiali diplomi, che nel loro territorio, al pari dei duchi e dei conti, essi erano principi assoluti.

Costoro esercitavano, infatti, il mero e misto imperio senza alcuna limitazione, legiferavano e giudicavano nelle cause civili e criminali, imponevano censi e tributi, esigevano il pedaggio dai viandanti, i dazi sul bestiame e sulle merci che passava per il foro dominio, sfruttavano le miniere, coniavano monete, avevano la potestà suprema sui beni e sulla vita dei loro sudditi.

I vescovi e i prelati intenti a conservarsi nelle giurisdizioni i privilegi acquisiti, pensarono di conquistarsi l’appoggio di potenti fautori e difensori. Concedevano perciò a persone di alto affare parte dei loro terreni e castelli in feudo. Questi personaggi erano dei più ricchi, dei più potenti dei circonvicini luoghi: si chiamavano “Avvocati” perché dovevano trattare di affari civili del prelato e difenderlo.

I vescovi di Bressanone avevano per loro avvocati i conti del Tirolo. I vescovi e i prelati, proprietari di grandi possedimenti, li spartivano e assegnavano ragguardevoli appezzamenti, con i loro castelli, in feudo a famiglie signorili: tali vassalli si chiamavano “ministeriali”

Tra i ministeriali della mensa vescovile di Bressanone, che ebbero relazione col distretto di Livinallongo, troviamo le nobili famiglie dei Rodank, dei Schoeneck, degli Avoscani, degli Stecconi, ecc..

Carlo Magno e i successivi imperatori avevano legato, oltreché ai grandi ecclesiastici ed ai laici, anche a chiese e monasteri, terre e persino contee: così avvenne anche per la Chiesa di Bressanone.

Ma Corrado II il Salico, creò a Trento e Bressanone due principati ecclesiastici che univano alla dignità vescovile anche quella di principe territoriale, allargando così al potere le sue prerogative e attribuendogli per la prima volta compiti amministrativi e politici. Suo intento era quello di consolidare le basi dell’Impero al confine fra l’Italia e la Germania e rendere sicura la strada che per la Valle dell’Isarco e la Valle dell’Adige univa la capitale dell’Impero alla capitale spirituale universale, Roma.

E ciò si rese necessario poiché scarso assegnamento si poteva fare sui feudatari turbolenti, mentre poco o tanto si poteva contare sulla fedeltà dei vescovi.

Con solenne diploma del 31 maggio 1027 fu così costituito il principato di Trento, e una settimana dopo, il 7 giugno, quello di Bressanone. Corrado II nominò principe Hartwigo, vescovo di Bressanone, ed alla sua chiesa donò la contea della “Valle Norica” (Gau in Norital), che si estendeva dal basso Inarco alla vallata transalpina dell’Inn, e dalla Val Venosta all’Alta Valle del Cordevole, cioè al territorio di Livinallongo.

Località livinellesi sono menzionate, forse per fa prima volta, in un documento del 1005 che definisce esattamente i confini della contea della Pusteria.

A quell’epoca la Pusteria, la Valle Norica, la contea di Bolzano, il ducato di Trento, l’Agordino, con Livinallongo, e il Cadorino, con Ampezzano, formavano la gran contea di Verona. Così come l’Ampezzano, per la sua posizione naturale, apparteneva ai signori del Cadore, anche Livinallongo, per la sua posizione naturale, avrebbe dovuto far parte dell’Agordino ed essere quindi soggetto a Belluno. Ma in un privilegio del Papa Lucio III concesso a Gerardo vescovo di Belluno, venivano nominati minutamente tutti i distretti, castelli e villaggi su cui si estendeva la giurisdizione spirituale e temporale del vescovo di Belluno.

Se attorno al Mille, Livinallongo non apparteneva né alla contea della Pusteria, né era soggetto ai Bellunesi bisogna concludere che fosse incorporato alla contea della “Valle Norica” e che in forza del diploma del 1027 giungesse sotto il dominio temporale del vescovo di Bressanone.

È attorno a quest’epoca che prese grande impulso la colonizzazione del territorio, che peraltro poteva avvenire sola col benestare dei vescovi, i quali vi trasferirono e trapiantarono coloni dalla Valle d’Isarco e dalla Pusteria.

Fu così iniziato il dissodamento dei terreni, anche qui con quel fervore di attività per la conquista di nuovo spazio all’agricoltura, che caratterizzò la rinascita europea e italiana subito dopo il 1000.

Intorno al 1141 il Beato Hartmanno, che regnava sul vescovado, fondò nelle vicinanze di Bressanone il convento di Novacella che grazie alla munificenza dei fondatori e di altri benefattori acquistò in seguito grandi possessi nel territorio di Livinallongo. Contemporaneamente (1142) il vescovado donava al convento un maso detto “Puchberc”, “mansus Puchberc qui dicitur Wersil” (Fursil), vendutogli dal nobile Vantero, che aveva bisogno di denaro per poter partecipare alla seconda Crociata.

È questo il primo documento che riguarda gli insediamenti di Livinallongo, e si riferisce al territorio di Colle Santa Lucia, ed è all’incirca contemporaneo alle prime sicure notizie che possediamo sugli insediamenti a carattere stabile nelle altre valli ladine.

Già nel 1177 una doppia conferma papale ed imperiale garantiva al convento di Novacella ogni diritto e proprietà su quel maso, e così pure le successive elargizioni. Tre masi vennero infatti dati allo stesso convento nel 1159 da un Rudolf “miles de Silwin”, ed un altro da un certo Ruoderogus “de Villa Sancti Martini” nel 1180 nello stesso territorio.

Curioso è il fatto che a Colle Santa Lucia, la località più distante dalla Valle d’Isarco e la meno facilmente accessibile, si trovino i casali di più antica formazione, più antichi di quelli stessi di Pieve e di Arabba, e all’incirca contemporanei ai casali della Val Badia e della Val Gardena.

Non si può spiegarne la ragione se non ritenendo che alla curia vescovile premeva popolare per prima questa zona di confine e render così più sicuro il resto del territorio. Ma anche gli insediamenti nel territorio di Pieve di Livinallongo avvennero a breve distanza di tempo: e lo dimostra il fatto che originariamente i dialetti, neolatini, di Pieve e Colle non presentavano differenze, che si verificarono morto più tardi.

Il convento di Novacella finì in seguito con l’entrare in possesso di diversi altri masi, che via via dal XII secolo alla fine del Quattrocento raggiunsero il numero di 23, di cui 15 a Colle Santa Lucia. Tutti gli altri masi appartenevano al vescovo di Bressanone al quale spettava anche l’amministrazione dell’intero territorio come pure la responsabilità del popolamento e della sua colonizzazione.

A parte i principi ecclesiastici e laici che risiedevano lontano, è interessante esaminare quale era l’organizzazione economica, essenzialmente agricola, di queste valli alpine, quale si era determinata con le invasioni barbariche, con l’aggravarsi della crisi economica in seguito alla dissoluzione dello Stato romano e con la situazione di enorme disordine.

Si trattava di un’organizzazione estremamente semplice, autarchica e chiusa, basata esclusivamente sul lavoro dei contadini. Questi ultimi non possedevano all’epoca alcuna terra, e anche se “liberi coloni”, rimanevano pur sempre vincolati al fondo. Gli altri appartenevano ad una classe sociale ben definita, quella dei servi della gleba, che costituivano gran parte della popolazione.

Ai servi non era nemmeno concessa la libertà di matrimonio. Essi venivano comprati e venduti assieme alla terra che lavoravano. Potevano tuttavia essere venduti singolarmente, o anche dati in pegno, o scambiati con altri, sempre con regolare atto notarile. E questo fino a tutto il XIV secolo e anche oltre.

Le condizioni dei servi della gleba erano a dir poco miserabili: vivevano in capanne di legno, coperte di frasche e di creta, veri tuguri formati da un unico ambiente, senza vetri, fumoso perché la cucina era nel mezzo e senza camino; un solo giaciglio di paglia per tutti. I servi non godevano né  di diritti civili, né di avvocati, né di tutori; lavoravano nei masi o nelle ville.

Il maso era costituito da una casa padronale che con gli edifici rustici formava una corte, nonché da prati, pascoli, campi e boschi annessi.

La casa del padrone, costruita in legno su un basamento in muratura, era vasta, spaziosa e coperta di scandole.

Alla fine del XIV secolo la maggioranza dei livinellesi apparteneva alla classe dei servi, e del resto la maggior parte dei masi, e quindi dei terreni, era nelle mani di padroni forestieri. Questi formavano la classe degli uomini “liberi, a loro volta dipendenti dal principe. I liberi erano proprietari di masi, tenute e singoli castelli, di cui potevano liberamente disporre, come dei loro servi, avevano insomma pienezza dei diritti civili”.

Alla classe dei liberi appartenevano pure i liberti, cioè quelle persone nate da servi, che per grazia del padrone, o per riscatto in denaro o altri meriti, avevano ottenuto la libertà.

A sua volta il principe apparteneva alla classe dei nobili, che si componeva dei grandi dell’Impero,  ecclesiastici o secolari, possessori di estesi allodi sui quali avevano il diretto dominio e piena giurisdizione.

Le condizioni del popolo andarono cambiando radicalmente nella seconda metà del XIV secolo in seguito alla peste che causò una terribile strage anche nella Valle di Livinallongo. La “peste nera”, così detta perché scoppiata in Siria, Palestina ed Egitto, era stata portata in Italia nel 1349 da mercanti genovesi. Durò pochissimo, ma solo nel Bellunese morirono di peste i due terzi della popolazione.

Nella Valle ai Livinallongo una conseguenza del morbo fu in breve tempo l’affrancazione delle servitù della gleba. La classe dei servi era rimasta particolarmente decimata, moltissimi terreni rimasero senza contadini e quindi incolti, ed i padroni furono costretti ad alienare i masi, oppure a procurarsi dei contadini, chiamati “ligi”, che senza essere completamente liberi godevano tuttavia di grandi franchigie.

Ma i padroni erano quasi tutti tedeschi, e non potendo valersi di coloni nazionali, abbandonarono i loro terreni al primo compratore, e cioè Corrado Stuck, che ritroveremo signore di Andrai. Lo Stuck si fece padrone di quasi tutti i terreni e masi di Livinallongo, li consegnò a famiglie del paese, e tentò di legarle alla servitù della gleba, riuscendoci, ma per poco tempo; nel 1352, infatti, Ludovico, marchese di Brandeburgo e Conte del Tirolo, d’accordo con Matteo, vescovo di Bressanone, abolì definitivamente la servitù della gleba.

E il provvedimento, che fu graduale per non creare improvviso disordine e troppa confusione in un ordinamento secolare, recò grandi benefici, non solo alle famiglie, ma anche all’agricoltura ed all’economia dell’intera vallata.

DOPO LA PARENTESI NAPOLEONICA, LA RIANNESSIONE ALL’AUSTRIA

Nella primavera del 1796 Napoleone Bonaparte aveva passato con una forte armata le Alpi ed aveva battuto gli austriaci nella pianura Padana, conquistando con una guerra-lampo la Lombardia.

Mentre Napoleone proseguiva con il grosso dell’esercito direttamente alla volta di Vienna, un corpo del suo esercito risaliva la valle dell’Adige per sbarrare la strada ai tedeschi che per la valle stessa potevano attaccarlo alle spalle.

Nel marzo del 1797 i francesi erano arrivati nell’Alta Valle dell’Isarco. E di fronte al  grave pericolo dell’invasione  erano stati inviati rinforzi ed erano stati richiamati gli uomini validi del Tirolo per respingere il nemico, che fu fermato a Vipiteno e fu costretto a retrocedere a Bressanone. Ma i francesi contrattaccarono a Spinges, piccolo gruppo di case sopra a Sciaves e Rio di Punteria.

Il 2 aprile, alle 2 del pomeriggio, i valligiani dopo una strenua resistenza stavano ormai ripiegando, quando una ragazza che era in servizio presso un contadino di Spinges, uscì da una stalla, saltò oltre il muro del cimitero e davanti alla porta della chiesa, armata di una forca, atterrò (forse spaventò solo) alcuni soldati francesi, gli altri volsero in fuga.

La ragazza era Caterina Lanz, nata a Pian di Marebbe 26 anni prima, il 21 settembre 1771, in casa del “Trogger” (portatore), un povero contadino che l’aveva mandata come serva in Punteria, appena quattordicenne, ad imparare il tedesco. La Lanz, dopo lo scontro di cui fu eroina, si fermò a Bressanone e a Spinges per 14 anni. Di lì andò serva di don Pietro Alton a Colle Santa Lucia, poi, dal 1851 al 1854, come cuoca presso il curato Giovanni Maneschg a Andraz.

L’8 luglio del 1854 morì, a 83 anni, e fu sepolta nel cimitero di Pieve di Livinallongo con gli onori militari. Nel 1882 nel cimitero di San Vigilio, davanti alla porta della chiesa le fu eretto un piccolo monumento, ed una lapide fu collocata sulla sua casa natia.

Un monumento fu inaugurato infine in suo onore a Pieve di Livinallongo il 22 luglio 1912; questo, nel 1915, durante la grande guerra, fu portato a Corvara, poi al Museo di Rovereto, di dove nel 1967 tornò nella piazza di Pieve.

Tornando alle vicende storiche di Livinallongo, occorre precisare che la valle fu coinvolta solo marginalmente nei grandi avvenimenti del tempo. Fra gli altri, registriamo un episodio curioso: nel 1801 alla ritirata degli austriaci, passò un corpo di truppe anche per Livinallongo e tanta fu la paura dei valligiani, i quali però, dietro invito del vescovo ed agli ordini del capitano di Andraz, Gasparo Savoi, formarono una compagnia che per un anno stesse a guardia della valle, finché questa venne unita ai tirolesi quando i francesi avanzarono fino a Bressanone.

Il trattato di Parigi del 26 dicembre 1802 segnò la secolarizzazione dei principati ecclesiastici, fra cui quelli di Trento e Bressanone, e nel marzo del 1803 l’imperatore Francesco I prendeva possesso della valle.

Dopo la pace di Presburgo (1805) Livinallongo passò alla Baviera, che lo unì al “giudizio” di Brunico. Cessati i capitani di Andraz nel 1802, l’ultimo, Giovanni Linder, restò tuttavia fino al 1803 per chiudere l’amministrazione e passare in consegna il territorio al nuovo governo.

La rivolta di Andreas Hofer non coinvolse direttamente la valle. Quando però nel 1809 preoccupante divenne la rivolta in Alto Adige, contro i francesi, odiati perché offendevano la religione, e contro i bavaresi loro alleati, che si erano dimostrati duri oppressori, Napoleone decise di inviare contro i ribelli due corpi militari, in prevalenza di soldati italiani. Uno doveva entrare in Alto Adige dal Trentino, mentre l’altro dal Bellunese. Fu quest’ultimo a trovare una debole resistenza, che poteva finire in massacro: il 2 novembre, al confine veneto, 13 fra livinellesi e badioti presero a fucilate il corpo francese che saliva da Agordo, al comando del generale Peyri, ma non successe nulla: il capitano Canins, che comandava i soldati tirolesi, ordinò subito di deporre le armi, ed il generale francese, occupato il paese, si comportò amichevolmente.

Nel 1810 Livinallongo formò l’ultimo confine del Dipartimento del Piave, confine che correva sulla cresta settentrionale dei monti. Caprile, con la parrocchia di Pieve di Livinallongo, venne aggregata alla diocesi di Belluno, e vi restò anche quando nel 1814 con le curazie di Colle e di Arabba fu restituita a Bressanone.

Nel 1815, dopo aver fatto parte della Baviera e del regno d’Italia, Livinallongo fu riannesso all’Austria e vi restò fino al 1918.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE A LIVINALLONGO

Negli ultimi anni del secolo scorso (1897-1900) vengono costruiti dagli Austriaci i forti di La Corte, Ruaz (tagliata) e Tra i Sassi (Valparola).

Nella mobilitazione generale del 2 agosto 1914 i soldati fodomi vengono chiamati alle armi ed inviati sul fronte orientale (russo).

Il 24 maggio 1915, alla dichiarazione di guerra italiana, si costituisce trasversalmente lungo il territorio montagnoso del nostro Comune la linea del fronte:
Marmolada,
Mesola,
Padon,
Foppa,
Col di Roda,
Sief,
Col di Lana,
Setsass,
Sasso di Stria,
Lagazuoi.

Alla fine di maggio e nel mese di giugno del 1915 le truppe italiane avanzano da Caprile ed occupano Colle Santa Lucia, Monte Pore, Larzonei, Andraz, Collaz, Foram, Salesei, Pieve.

Il comando austriaco ordina l’evacuazione dei paesi e trasferisce il monumento di Caterina Lanz (inaugurato nel 1912) nel cimitero di Corvara.

La popolazione della parte bassa della valle va profuga a Colle Santa Lucia oppure viene condotta dalle autorità italiane in Piemonte, Toscana, Abruzzi, Marche. La popolazione della parte alta della valle va profuga in Val Badia, in Val Punteria, perfino in Boemia.
Il forte La Corte risponde al fuoco delle artiglierie italiane e bombarda il territorio occupato: Pieve viene bombardata il 17 agosto 1915. Poco dopo il forte viene abbandonato ed il comando si trasferisce sul Col di Roda.

Nel settembre del 1915 Livinallongo è ormai deserta e distrutta, soltanto soldati italiani si aggirano per i villaggi e l’obiettivo del fronte si concentra sul Col di Lana. La mina del Col di Lana viene fatta saltare, per ordine del maggiore Mezzetti, dal tenente Gelasio Castani, duca di Sermoneta, alle ore 22.35 del 17 aprile 1916: 110 soldati austriaci rimangono uccisi nelle caverne, 170 vengono fatti prigionieri.

Dovunque durante il conflitto vengono sepolti i caduti dei due fronti.
Vengono improvvisati cimiteri italiani a Pian di Salesei, Andraz, Castello; e austroungarici a Col di Roda, Valiate, Val Parola (due) e Passo Pordoi.

Nel 1938 verrà costruito il Sacrario di Pian di Salesei che custodisce le spoglie di 4.700 caduti ignoti, 704 noti tra cui 19 austro-ungarici.

Nel 1956 sarà completato l’Ossario di Passo Pordoi che conserva i resti di 454 caduti della seconda guerra.

Nel 1935 verrà costruita la cappella del Col di Lana in onore dei caduti italiani della prima guerra mondiale. Il monumento ai caduti sulla piazza 7 novembre 1918 a Pieve riporta i nomi di 135 caduti e dispersi fodomi della prima guerra.

A cominciare dalla primavera del 1918 i profughi fodomi ritornano nella valle abbandonata dai militari e cominciano l’opera di ricostruzione del paese, abitando provvisoriamente nelle baracche militari e nelle poche case risparmiate dai bombardamenti. La ricostruzione viene aiutata dal governo italiano e dal consorzio trentino dei comuni cosiddetti conquistati o liberati. La ricostruzione avrà termine nel 1923-’24.

Col trattato di San Germano (1923) il comune di Livinallongo viene aggregato alla provincia di Belluno.
Nel 1933 con decreto autografo di Benito Mussolini verrà aggiunto al nome del comune la denominazione “del Col di Lana” che verrà confermato nel referendum popolare comunale indetto dalla Regione Veneto nel 1983.

OPIFICI DEL CASTELLO DI ANDRAZ

  • Tipo edilizio: Forno fusorio e segheria, edifici di pertinenza del castello di Andraz
  • Progettista: Anonimo/Non conosciuto,
  • Committenza: Anonimo/Non conosciuto,
  • Destinazione originaria: Forno fusorio per metalli e segheria.
  • Destinazione attuale: In disuso, monumento storico.
  • Pianta: Rettangolare, regolare.
  • Tecnica Muraria: Rustica in pietra.
  • Solai: Legno.
  • Coperture: Travatura lignea, a falde.
  • Arredi interni: Presenti le macchine per la molitura dei cereali.
  • Stato attuale: Buono Restauri e compromissioni significative.

Particolarmente compromesso il forno fusorio, che è stato scavato per poter essere riportato alla luce. Per i siti della segheria e del molino, le compromissioni sono meno significative.

Nelle pertinenze del castello, che domina i transiti tra la valle dell’ alto Cordevole e la val Badia nei pressi del passo Falzarego (che mette in comunicazione la prima con la valle del Boite) vi sono vestigia di attività produttive che fin dal Trecento lavoravano la probabile buona quantità di materia prima transitante per la zona. Inoltre gli opifici erano indispensabili per la manutenzione del sito, e per soddisfare le necessità della guarnigione che ha più riprese ha presidiato il fortilizio.

È così che si hanno notizie di un forno fusorio, presente fin dal periodo 1334-1592, e che in tempi recenti, grazie agli scavi effettuati dalla Soprintendenza è stato riportato alla luce insieme ad abbondanti reperti collegati all’ attività fusoria, in particolare scorie di fusione e minerali.
Il forno è del tipo a manica, o catalano, ed è strettamente legato, come tipologia di materiale utilizzato e lavorato a quello proveniente dalle vicine miniere del Fursil.

Di questo manufatto rimane un muro con antistante una fossa rivestita di materiale refrattario ed una piataforma da lavoro in pietra al margine della fossa stessa.

Siti in edifici nelle immediate pertinenze del castello vi è una segheria e un mulino meglio conservati del forno. Nel mulino sono ancora conservate, sia la ruota, alimentata dall’alto, sia il banco delle macine in cui vi sono gli ingranaggi di trasmissione del moto e la macina per la molitura del cereale.

Quando nel 1803 il Principato dei Vescovi di Bressanone viene soppresso e le proprietà secolarizzate ed assoggettata definitivamente l’intera regione. Il castello diviene proprietà del governo austriaco. Privo di qualsiasi altra funzione strategica e relativamente in cattivo stato di manutenzione, nel 1853 viene venduto ad un privato locale che lo usa per ricavarne materiali. Il castello viene in parte demolito, le travature usate come materiale da costruzione per le case o addirittura come legna da ardere.

Il castello, e gli edifici di sua pertinenza, quindi la segheria e il sito del forno, sono facilmente raggiungibili da una stradina (indicazioni castello) che si dirama circa a metà della strada che dal bivio di Cernadoi (strade da Livinallongo, Colle Santa Lucia ed Alleghe) sale al Passo del Falzarego (Cortina d’Ampezzo), è la statale n. 48 delle Dolomiti. Il castello è visibile direttamente dalla strada.

Scesi per qualche centinaio di metri per la stradina conviene parcheggiare e proseguire a piedi per la malga ed il castello. Una variante, più interessante, consiste nel seguire la mulattiera che si stacca qualche chilometro più a valle ad un tornante (difficoltà di parcheggio) o dal sottostante campeggio.

I siti del castello e degli opifici, di proprietà pubblica sono visitabili.
Per maggiori informazioni e contatti per la visita:
Comune di Livinallongo del Col di Lana – Via Pieve 41 – Tel 0436 7193

IL CASTELLO DI ANDRAZ

Ed ecco nel silenzio dei boschi, circondato dai monti, solitario ed austero, il Castello di Andraz, le cui rovine maestose soggiogano con fascino indescrivibile il viandante ormai abbastanza discosto dai centri rumorosi e dalle strade frequentate per lasciarsi trasportare ed immergere nella natura e nella storia.

La sosta è spontanea ed avvincente: mille considerazioni affiorano dalla personale curiosità e chiedono risposta a quelle mura, ai vani, ai veroni così vuoti e muti eppure solenni ed eloquenti.

LE ORIGINI

La rupe, massiccia ed enorme, alta tenta metri a sud e poco meno a nord, con un piano dolcemente degradante, s’è fermata qui, sulla riva del torrente che scorre impetuoso alla base, in epoca preistorica: forse è caduta dal soprastante sasso di Stria, fantasiosa sede delle streghe, che le assomiglia per fattezze geologiche; meno probabile dal Col di Lana, più discosto e dalla struttura assai diversa; ma i geologi sostengono che si tratta di un masso erratico, abbandonato sul posto dai ghiacciai nella fase di ritiro e scioglimento dall’inizio dell’era quaternaria.

Certamente la rupe attirò l’attenzione dei pochi nomadi transitati fino a questa quota (1750 s/m) a caccia o per la transumanza dei greggi.

Da quanto ci ha rivelato l’uomo mesolitico riesumato sotto il masso di Mondeval possiamo arguire, senza paura di smentita, che anche sotto questo macigno, ancor più vistoso, l’u omo trovò rifugio alle intemperie e , sopra, attraverso una difficile arrampicata, cercò scampo ai pericoli di assalti.

Col passare dei secoli il posto diventò frequentato per abituali soste fino a richiedere un intervento preciso per la sicurezza di transito sulla strada militare più breve tra il municipio romano di Belluno e quello e quello di Litanum presso Brunico in Val Pusteria, già raggiunto dall’i mportante strada romana di pianura. Sicuramente si trattava di un semplice “casteller”simile a molti altri sorti alla difesa dei confini imperiali lungo le vie di comunicazione e tale rimarrà fino a quando il pericolo delle invasioni degli Ungheri non imporrà nel secolo IX al re d’Italia Berengario la costruzione di un vero castello fortificato per dislocarvi una guarnigione di soldati.

Cade, pertanto, da sé la leggenda che tre sorelle abbiano costruito questo castello insieme a quelli di Rocca Pietore ed Avoscano, collegati tra di loro da una convenzionale segnalazione luminosa. Comunque sia, è certo che il castello esisteva già prima del Mille, come fortificazione militare e non ancora residenza nobiliare come verrà trasformato nei secoli successivi con l’avvento dei costumi feudali.

L’EPOCA FEUDALE

Nel Mille, la data è certa e documentata nell’archivio vescovile di Bressanone, il castello è proprietà della famiglia di Buchenstein (de Puochenstein) che gli attribuisce il nome tedesco in seguito esteso a tutta la vallata pur in presenza della denominazione più antica e volgare, in altri documenti, di Livinallongo.

Nel 1027 il distretto di Livinallongo diventa per diploma imperiale di Corrado II il Salico feudo dei vescovi di Bressanone fino al 1918 per la vita civile e fino al 1964 per quella religiosa.

Nel 1220 Hartwigo “de Puochenstein” aliena il castello e le sue pertinenze al vescovo principe di Bressanone Corrado di Rodank (Rodeneck-Rodengo) il quale lo concede il feudo ai nipoti Federico e Arnoldo: al primo tocca la signoria di Schoeneck (Colbello) con tutti i feudi della Punteria e delle valli ladine: Marebbe, La Ville, Badia, San Martino e Livinallongo. Ma la nobile famiglia è sovente in lotta con il potente monastero di Sonnenburg (Castelbadia) presso Brunico, residenza di monache battagliere protette dai conti del Tirolo: pomo delle discordie la giurisdizione nelle valli e la compartecipazione nello sfruttamento delle miniere di Fursil (Monte Pore-Colle Santa Lucia). A ciò aggiugasi il malgoverno ed i debiti contratti.

Nel 1327 Paolo e Nicolò di Schoeneck sono costretti a vendere il castello e la signoria a Guadagnino Avoscano, potente signore di Agordo, protetto da Cane della Scala di Verona.

Ma l’imperatore Carlo IV, a seguito delle prepotenze dell’Avoscano, sempre più gravi nel figlio Giacomo, autentico despota ed ambizioso, lo dichiara decaduto da ogni signoria. Il castello di Andraz diventa l’ultimo rifugio di Giacomo Avoscano, il più sicuro dall’assedio degli armati imperiali capitanati da Corrado Goebel, della milizia vescovile di Matteo e dei della badessa di Sonnenburg. I Livinallonghesi restano neutrali, il castello si arrende per fame dopo sei settimane. È l’anno 1350. Capitano del castello e signore delle Tre Valli diventa adesso il nobile Corrado Stuck (Stuccone) di Brunico col titolo di “Nobile Capitano e Burgravio di Buschenstein”.

Alla sua morte, nel 1379, l’unica figlia Caterina eredita la signoria con il marito Ezzelino di Wolkenstein grazie ai grossi crediti che può vantare nei confronti del vescovo principe di Bressanone. Il conto viene saldato nel 1386 con un prestito di Gioacchino di Villanders (Villandro) il quale diventa signore di Andrai, col figlio successore Giovanni, fino al 1416.

Tempi difficili anche per i signori, in continua lotta per i possedimenti e le giurisdizioni; ma ancora più difficili per il popolo, oppresso dalla schiavitù della gleba ed oberato di doveri verso il signore. Pochi infatti sono i contadini liberi che godono di qualche diritto e posseggono piccole proprietà.

I CAPITANI

Nel 1416 il vescovo principe di Bressanone decide di avocare a sé la giurisdizione diretta sul castello e sulle Tre Valli ladine, considerate le vicissitudini poco esemplari del passato e tenuto conto dell’importanza assoluta delle miniere di Fursil.

L’amministratore sarà dunque un capitano di sicura fedeltà e dedizione coadiuvato, talvolta, da un giudice. Dal 1416 al 1803 si succederanno nel Castello di Andraz 45 capitani, di nomina vescovile, oriundi delleValli di Marebbe, Badia, Gardena, Punteria oppure di Bressanone, del Tirolo, del trentino; nessuno di Livinallongo.

Di alcuni merita far cenno per capire i costumi dei tempi ed immaginare le alterne vicende del castello e della valle. Tra i primi capitani annoveriamo tale Giovanni di Weineck, prelato di nobile famiglia.

A causa di un ennesimo dissidio tra il capitolo di Bressanone e il vescovo Udalrico Putsch, costui riparò nella rocca di Andraz inseguito da Enrico di Sedenhorn, giudice aulico di Bressanone e capitano di Salorno.

Una spedizione di otto ribaldi, presumibilmente complici del del capitano Weineck, cadde nelle mani dei fedeli Livinallonghesi: uno degli empi venne squartato ed appeso alle forche a brandelli, gli altri sette furono impiccati; il giudice Enrico fu fatto arrestare a Pieve di cadore, ma non fu consegnato al vescovo.

Decisioni terribili e metodi sommari sull’esempio dei nobili signori, sprezzanti e crudeli. Come tale capitano carinziano Giovanni Mordace, di nome e di fatto, che non si tratteneva dall’aggredire i sudditi della badessa di Sonnenburg, eterna nemica, irrompendo nelle case per derubarli e trascinarli nella rocca di Andraz, di lì soltanto a peso di denaro potevano essere riscattati tanto i figli quanto il bestiame.

Le contese ricorrenti tra la signoria del castello e quelle confinanti riguardavano i diritti di pascolo dei Collesi in Pian di Sala nel territorio di Caprile; altri litigi più gravi dovevano essere districati tra Andraz , Caprile e Selva di Cadore per lo sfruttamento delle miniere di ferro del Fursil, per il taglio del legname e per il controllo delle fiere e sagre che costituivano tutta l’economia del paese.

I vari compromessi di volta in volta vennero stipulati, traditi e ricomposti con l’intervento superiore del vescovo principe di Bressanone, del giudice del Cadore e del doge di Venezia, rappresentato dal capitano di Belluno.

Il Cardinale Nicolò Cusano E siamo al 1450 quando papa Nicolò V nominò vescovo di Bressanone il cardinale Nicolò Cusano senza il consenso del capitolo. Il grande filosofo intrepido umanista ed instancabile riformatore dei costumi, si trovò ad affrontare uno dopo l’altro tutti i problemi sul tappeto: il malcontento dei canonici, il conflitto con il convento di Novacella che vantava il possesso delle miniere fin dall’atto di donazione di Federico Barbarossa nel 1177, l’opposizione delle monache di Sonnenburg a qualsiasi riforma dei costumi claustrali, le contese confinarie con i Caprilesi a Pian di Sala. Il cardinale non si risparmiò: aggiunse a questi impegni ripetuti viaggi a Roma ed in Oriente, scritti filosofici, la cura della diocesi, le missioni apostoliche.

Dal 1454 al 1460, per sei anni, salvo interruzioni, ed ininterrottamente per 14 mesi trovò riparo nella rocca di Andraz, ch’egli battezzò di San Raffaele, dalle ire di Sigismondo, duca del Tirolo, protettore di Verena Stauber badessa di Sonnenburg, antagonista del vescovo in fatto di diritti feudali.

Era capitano di Andraz Gabriele Brack o Braccone che si distinse per lo zelo nel punire il convento di Sonnenburg in seguito alla scomunica del cardinale: i contadini vennero massacrati, le monache disperse nei boschi; invece nell’assedio di Brunico teso dal duca Sigismondoal cardinale, il Braccone arrivò inspiegabilmente in ritardo dopo la capitolazione del Cusano; ritornati entrambi in Andrai, qualche tempo dopo, il cadavere del capitano penzolava dal “verone dell’impiccato” a severo monito di quanti fossero transitati in quei terribili giorni sulla riva tra Italia e Tirolo che costeggia le mura del maniero.

Non diversamente dal padre si comportò il Braccone figlio, il quale malmenava i forestieri e molestava i suoi dipendenti: il popolo livinallonghese al colmo del malcontento assalì il castello, fece prigioniero il capitano coi suoi masnadieri e chiese l’interventodel principe. Venne allora nominato capitano Giorgio Ruaz (Rubatsch) giudice della Torre al Gader. Ma non ebbero termine le liti con Caprile e con Sonnenburg ed anche il castello subì un grave disastro: nel 1483 un incendio lo devastò per due terzi. Il vescovo diede subito via alla ricostruzione con un contratto con il maestro muratore Giacomo de Channa da Camersee: i lavori iniziarono soltanto nel 1494 e furono conclusi nel 1514 con gravissime spese.

Intanto nel 1487 le dispute confinarie con Caprile confluirono in una feroce guerra tra il duca Sigismondo del Tirolo e la Repubblica di Venezia: scontri, massacri ed altre atrocità furono perpetrate da ambo le parti ora in Caprile ora in Marebbe ora in Ampezzo da giugno a settembre di quell’anno. La guerra cessò per essere ripresa nel 1509 fino al 1512, con altri lutti e scorrerie, cui si aggiunsero le intemperie, la carestia e la peste.

Ai tempi della riforma di Lutero un altro vescovo principe, Speranzio, trovò nel castello da giugno a settembre del 1525. Soltanto alcuni minatori del Fursil aderirono alla riforma.

Altro ospite saltuario della rocca di Andraz fu il cardinale Cristoforo Carlo Madruzzo, vescovo principe di Bressanone dal 1542 al 1578. Fu il momento di fulgore delle miniere: vennero costruiti forni a Caprile, Zoldo, San Vito, Valparola.

Il ferro, segnato col bollo dell’agnello, simbolo vescovile, veniva trasportato sulla strada “della vena” da Posalz, dove c’è ancora segno dell’ingresso principale delle miniere, fino alla Valparola ed in Italia passando sotto le possenti mura del castello.

Proseguendo nella storia dei capitani ci imbattiamo nella figura leggendaria di Francesco Guglielmo Brac detto Braccone o Gran Bracun ricordato per il suo ardire dimostrato nello sfuggire rocambolescamente ai cadorini al ponte di Travenanzes dopo l’incontro amoroso con la bella Sidonia al castello di Botestagno.
Capitano di Andraz dal 1573 al 1581, venne assassinato a Corvara nel 1582: non poteva finire altrimenti la sua vita avventurosa.

I secoli successivi registrano eventi calamitosi: la peste nera del 1630, l’incendio di Pieve del 1687, la cessione all’Impero nel 1697 della giurisdizione sulle Tre Valli posseduta dal Castello di Andrai per secoli, la chiusura delle miniere nel 1775 perché non più redditizie, infine la Rivoluzione francese del 1789. Alla ritirata austriaca di fronte alle truppe napoleoniche, il capitano Gasparo Savoi arruolò i livinallonghesi per sorvegliare l’importante strada del Tirolo.
Nel 1802 con la secolarizzazione dei principati ecclesiastici, l’imperatore Francesco I d’Asburgo prese possesso del feudo di Bressanone e del castello di Andraz: l’ultimo capitano, Giovanni Lindner, rimase nella rocca fino al 1803 per il disbrigo delle consegne.

Nel 1808 il governo della Baviera vendette il castello con nove fondi attinenti ad Andrea Faber di Cernadoi al vile prezzo di 3970 fiorni e 39 carentini.

Nel 1809 accadde un ultimo fatto d’arme: 13 livinallonghesi presero a fucilate un corpo di 1100 militari al comando del generale francese Peyri in marcia contro i ribelli bavaresi di Andreas Hofer. Il generale occupò il paese, ma non successe nulla.
Dal 1810 al 1814 il vetusto manufatto del castello diventò sede di un daziale ed alloggio di truppe di passaggio; quindi iniziò lo spoglio degli arredi e dei documenti dino alla demolizione del tetto nel 1851 per ricavarne legna e ferro e fu lo sfacelo.

VERSO IL RESTAURO

Negli anni della prima grande guerra mondiale, i ruderi del castello furono spettatori dell’inutile assalto del Col di Lana: poco discosto dalle mura sorse un cimitero di guerra italiano dedicato alla medaglia d’oro Verdinois che venne successivamente rimosso per confluire nel sacrario di Pian di Salesei e di Pocol di Cortina.

Da allora fino al 1977 continuò l’opera inesorabile delle intemperie e lo sfregio di saltuari visitatori, attratti per curiosità dall’imponenza delle rovine, senza che qualche Ente o Benefattore ponesse rimedio a tanto scempio. Ci fu, per la verità, chi di tanto in tanto si interessò alla ricerca storica ed immaginò con entusiasmo la ricostruzione ideale del castello o, per lo meno, la conservazione dei ruderi.
Si parlò, talvolta, di restauro a sede culturale, a Museo o, addirittura, a residenza municipale quasi un ritorno in veste democratica dell’antica giurisdizione. Qualcuno avanzò persino la richiesta di acquisto per farne una dimora di prestigio o albergo di lusso com’era toccato in sorte al castello di Sonnenburg (Castelbadia).

L’archivio comunale di Livinallongo registra tra le sue carte questo succedersi negli anni di offerte, domande, dinieghi, ricerche storiche ed ipotesi di riutilizzo. La civica Amministrazione e la stessa Prefettura di Belluno si interessarono al problema che il progressivo, inesorabile degrado evidenziava in maniera preoccupante per la sicurezza dei passanti e dei frequenti visitatori che si spingevano fin sugli strapiombi.

Anche le ricerche storiche di Pietro Favai (1828-29), di Giuseppe Loss (1858), di don Isidoro Vallazza (1911-14) e di Carlo Ragnes (1940) favorirono l’interesse verso questo monumento insigne della storia di Livinallongo e molti lettori avanzarono proposte e stimoli.

Vennero reiterati gli appelli per un intervento conservativo e per il restauro. Finalmente nel 1977 il competente responsabile, cioè lo Stato, in quanto proprietario dell’immobile confiscato – per effetto della guerra – alla famiglia Steinmetz di Monaco che l’aveva acquistato dai Faber, iniziò una serie di interventi per mezzo del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali e, perciò, della Soprintendenza ai Monumenti di Venezia: dapprima la chiusura della zona interessata agli incauti visitatori; poi il consolidamento delle murature allo stato attuale per arrestare l’i ncessante caduta di massi; quindi lo sgombero delle macerie, accumulatesi nel tempo, alla ricerca dei vari piani di calpestio e perciò dell’immagine più veritiera della struttura architettonica del manufatto; oggi si stanno perfezionando queste ricerche e le ipotesi conseguenti in vista della ricostruzione più fedele delle strutture indispensabili per rendere sicuri ed agibili gli anditi recuperati all’ingiurie del tempo e, duole riconoscerlo, degli uomini.

IL RESTAURO DEL CASTELLO

Nell’agosto 1988 si svolse attorno al Castello di Andraz un’importante rievocazione storica incentrata nella figura eccelsa e straordinaria del più notabile vescovo e principe, il cardinale Nicolò di Cusa.

Il concorso di migliaia di persone, l’interessamento di molte Autorità in rappresentanza di tutti gli Enti, l’intervento programmatico ormai costante della Soprintendenza di Venezia sono l’auspicio più confortante del recupero definitivo del monumento.

Il Castello di Andraz è stato inaugurato il 30.06.2012 ed ospita attualmente l’Andraz Museum.

PER VISITARLO

Il Castello di Andraz sarà aperto dal 16 giugno al 16 settembre 2018 con i seguenti orari:
tutti i giorno dalle ore 10.00 alle ore 12.30  e dalle ore 15.00 alle ore 18.00.
Giorno di chiusura il lunedì tranne nel mese di agosto
Dal 22 luglio sino al 10 settembre sarà aperto con orario continuato dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

Per informazioni e prenotazioni: +39 334 3346680
email: info@castellodiandraz.it

STRUTTURE RICETTIVE

La zona è in grado di offrire una vasta gamma di strutture ricettive in grado di soddisfare le più svariate esigenze del turista.

Nel comune sono presenti più di 40 strutture alberghiere – hotel, garnì e residenze turistico alberghiere – per un totale di quasi 1800 posti letto. Molte di esse sono dotate di moderni centri benessere ed alcune di piscine coperte. A ciò si aggiungono i quasi 900 posti letto delle strutture extra-alberghiere quali appartamenti, bed & breakfast, affittacamere ed agriturismo.
Nei pressi della funivia di Portavescovo si trova inoltre un’area attrezzata per camper, con servizi di carico e scarico, allacciamento alla rete elettrica e possibilità di usufruire dei servizi igienici.
Arabba è inoltre in grado di offrire all’ospite numerosi servizi fra cui le guide alpine, la scuola sci, gli ski service, i noleggi sci, oltre naturalmente ai negozi, i pub ed i ristoranti.

La località è anche dotata di una moderna sala congressi con 327 posti, ideale per ospitare conferenze, convegni ed eventi vari. A Pieve di Livinallongo, in posizione panoramica, si trova la nuovissima sala polifunzionale ”Bersaglio” con una superficie di 140 mq e possibilità di ospitare fino a 70 persone.

CHIESE E MONUMENTI

Il suggestivo campanile della chiesa di San Giacomo svetta come a voler ricordare che quel luogo era anticamente il centro dell’intera Comunità: l’antica Pieve di Livinallongo.

Numerose le chiesette e cappelle sparse sul territorio, meritevoli di una visita, che conservano tesori d’arte inaspettati:

  • la Cappella dei Flagellanti di Pieve – Beata Vergine di Lourdes,
  • la Chiesetta Santuario di Corte – Madonna della Neve,
  • la Chiesa curaziale di Ornella – SS. Fabiano, Sebastiano e Rocco,
  • la Chiesa curaziale di S. Giovanni – S. Giovanni Battista,
  • la Chiesetta di Renaz – Beata Vergine di Loreto,
  • la Chiesetta di Cherz – S. Croce,
  • la Chiesa Parrocchiale di Arabba – SS. Pietro e Paolo,
  • la Chiesetta al Passo Pordoi – B.v. Maria – Regina defensionis,
  • la Cappella del Col di Lana – S. Sebastiano ai caduti in guerra,
  • la Chiesa sacrario di Pian di Salesei – S. Antonio da Padova,
  • la Chiesa curaziale di Andrai – SS. Trinità,
  • la Chiesa curaziale di Larzonei – S. Silvestro,
  • la Cappella di Pian – Madonna della Salute.

Nel comprensorio numerosi i simboli e le testimonianze di tristi ricordi legati alla Grande Guerra che hanno fatto la storia:

  • il Sacrario Militare, costruito al Passo Pordói che conserva i resti dei Caduti germanici della I Guerra Mondiale,
  • il Forte La Corte situato tra Arabba e Pieve di Livinallongo, realizzato dai militari austriaci durante la Prima Guerra Mondiale,
  • il Sacrario di Salesèi che accoglie i resti dei Caduti sul Col di Lana.

ARABBA

Caratteristico paese nel cuore delle Dolomiti, Arabba (1.602 m) è il principale centro turistico della Valle di Fodom; si trova alle pendici dell’imponente massiccio del Sella ed ai piedi dei Passi Pordoi e Campolongo, che segnano il confine rispettivamente con il Trentino e con l’Alto Adige. A delimitare il territorio sull’altro versante, lo storico Col di Lana, da cui la denominazione del Comune di Livinallongo, e a seguire il Passo Falzarego.

Per vedere il video dedicato a Arabba: clicca qui

IL VECCHIO MULINO

Un luogo interessante per il carattere culturale e storico della Valle di Fodom e che merita di essere visitato, è: il Vecchio Mulino in centro ad  Arabba. Nel quale per secoli la gente di Fodom ha macinato segale e orzo: un capolavoro di meccanica povera, ancora perfetto nei suoi ingranaggi, scolpiti in durissimo legno.

COSA FARE AD ARABBA

Sciare ad Arabba: l’area sciistica di Arabba, con i suoi quasi 50 km di piste e 20 moderni impianti di risalita, fa parte, assieme alla Marmolada, del famoso carosello Dolomiti Superski, che offre agli appassionati più di 1.200 km di piste. Punto di forza della località è l’accesso diretto dal centro del paese agli impianti senza l’utilizzo di mezzi di trasporto: sci ai piedi è infatti possibile raggiungere comodamente sia le piste più facili della zona, Burz-Bec de Roces-Passo Campolongo, che le rinomate piste nere di Portavescovo, fiore all’occhiello della zona e molto amate dagli sciatori più esperti. Da lì ci si può collegare alle piste di Passo Pordoi oppure, attraverso gli impianti di Passo Padon, raggiungere il ghiacciaio della Marmolada, la cima più alta delle Dolomiti.

Dal Sella Ronda al Giro della Grande Guerra Grazie alla sua posizione centrale, Arabba è inserita in uno dei caroselli sciistici più suggestivi del mondo, il Sellaronda: un percorso di 40 km sugli sci che ruota attorno all’omonimo massiccio attraversando i quattro passi dolomitici di Campolongo, Gardena, Sella e Pordoi. Si tratta di un itinerario percorribile in poche ore e adatto a tutti gli sciatori con un minimo di esperienza.

Attorno al Col di Lana e ad altri luoghi simbolo del primo conflitto mondiale, si sviluppa il Giro della Grande Guerra, apprezzato itinerario sciistico con possibile partenza da Arabba. Il percorso, non particolarmente impegnativo dal punto di vista tecnico, regala un’intera giornata sugli sci con panorami spettacolari, utilizzando impianti di risalita, skibus e, per un breve tratto, l’affascinante traino con i cavalli.

Per i più piccoli: Arabba si prende cura degli ospiti più piccoli dedicando loro uno Ski-Kindergarten in centro paese, a pochi minuti dal campo scuola. A partire dai due anni i bambini possono divertirsi con attività di gioco sia all’interno del Kindergarten che sulla neve, sempre seguiti anche durante il pranzo. Chi lo desidera può inoltre abbinare i momenti ludici alle lezioni di sci: per i bambini dai 4 ai 12 anni le scuole di sci del paese organizzano infatti corsi e lezioni studiati in base alla preparazione e all’età dei partecipanti.

Anche gli adulti che intendono imparare a sciare o perfezionare la loro tecnica possono contare sui maestri delle scuole sci; si può scegliere tra diverse specialità: sci, snowboard, carving e telemark oppure optare per gite giornaliere ed escursioni guidate lungo diversi itinerari.

Divertirsi sulla neve: chi cerca delle alternative allo sci trova ad Arabba numerose opportunità per avvicinarsi alla natura. Le escursioni con le racchette da neve o “ciaspe” consentono un approccio più rilassato alla montagna invernale e possono essere organizzate usufruendo delle uscite settimanali effettuate in loco.

Chi desidera provare l’ebbrezza della velocità può cimentarsi alla guida di una motoslitta in un circuito dedicato ed in paese si trova una pista di pattinaggio su ghiaccio aperta anche dopo cena. Per gli appassionati di freeride e scialpinismo è disponibile un ricco programma proposto dalle guide alpine, mentre i centri wellness degli hotel della zona regalano piacevoli momenti di relax.

Davvero suggestivo è gustare la cucina tipica nel fiabesco scenario delle cene in rifugio, da raggiungere in motoslitta o col gatto delle nevi!

Estate, sport e relax nella natura: La stagione estiva ad Arabba è sinonimo di relax ed avventura: i verdi pendii dei prati che circondano il paese, le bianche rocce dolomitiche che svettano nel cielo azzurro e il blu intenso dei laghetti alpini. Scoprire questi scenari da favola è semplice e poco faticoso, basta scegliere tra le numerose e piacevoli passeggiate. Un classico della zona è il sentiero storico Viel del Pan, comodo percorso un tempo utilizzato per gli scambi commerciali, che collega Passo Pordoi a Portavescovo con una splendida vista sulla Marmolada e il Lago Fedaia. L’altopiano del Cherz, zona di boschi, pascoli e ampi prati, è particolarmente adatto a tutta la famiglia; mentre nel bosco che si estende alle pendici di Portavescovo si possono percorrere i Terioi di Fodom (sentieri di Livinallongo in lingua ladina), due piacevoli passeggiate alla scoperta di flora e fauna, Teriol Gana, o all’insegna dell’attività fisica con il Teriol Salvans.

Sentieri in quota: gli escursionisti più esperti trovano nella Valle di Livinallongo innumerevoli itinerari di varia difficoltà. I sentieri in quota nel Gruppo del Sella; il panoramico Teriol de le Creste; la via ferrata delle Trincee lungo il fronte italo-austriaco; la via ferrata Piazzetta al Piz Boè con i suoi 3.152 m. Ed ancora: dagli storici luoghi della Grande Guerra del Col di Lana al Sasso di Stria verso il Passo Falzarego.

Per i più temerari vi sono le vie di arrampicata nella Falesia del Castello di Andraz, a pochi chilometri da Arabba, attrattiva ideale per sfidare la forza di gravità… ad un passo dalle nuvole.

Bici e mountain bike: gli appassionati di bicicletta hanno un’infinità di percorsi a loro disposizione: le mitiche salite del Giro d’Italia lungo i principali Passi dolomitici si trovano proprio in quest’area. Il Giro dei Quattro Passi, uno degli itinerari più conosciuti, è percorribile sia con la bici da strada che in mountain bike, utilizzando gli impianti di risalita e percorrendo in discesa i prati che d’inverno ospitano le piste da sci.

Numerosi sono gli eventi ciclistici che, ogni anno, vedono Arabba fra le località protagoniste in assoluto: il Sellaronda Bike Day, un’intera giornata con le strade attorno al massiccio del Sella chiuse al traffico ed a totale disposizione degli amanti della bicicletta, la prestigiosa Maratona dles Dolomites e la Cronoscalata del Passo Pordoi.

Passi dolomitici in moto: grazie alla sua posizione strategica, Arabba è anche meta prediletta dei motociclisti di tutta Europa, che possono qui testare la propria abilità di guida tra i tornanti della storica S.S.48 delle Dolomiti, attraversando i Passi Pordoi e Falzarego ed ammirando in sella alle loro moto il suggestivo fascino della Valle di Fodom.

Fonti: Prof. Ernesto Renon, Libro d’Onore del Comune di Livinallongo del Col di Lana, Infodolomiti, Dolomiti.org e Castellodiandraz.it