SAN VITO DI CADORE

SAN VITO DI CADORE

San Vito di Cadore (San Vido in ladino).

Situato in un’ampia conca nel cuore delle Dolomiti bellunesi, San Vito è circondato dalle cime dell’Antelao, del Pelmo, della Croda Marcora e delle Marmarole Occidentali. Il fondovalle è percorso dal torrente Boite, che dà il nome alla valle, Valboite; tutt’attorno, fino ai piedi delle crode, si stendono prati e boschi misti di conifere e latifoglie.

STORIA

Il primo documento che attesta l’esistenza di San Vito risale al 1203, tuttavia la presenza di un abitato stabile è da individuarsi attorno all’anno 1000. Precedentemente si ritiene che il territorio fosse interessato da insediamenti di carattere stagionale legati prevalentemente alle attività di pascolo e raccolta del legname. Nel 1200 è tuttavia già presente a San Vito un’antica pieve.

Nonostante forme di organizzazione simili alle Regole fossero probabilmente presenti già in precedenza, tali istituzioni vengono codificate solo nel basso medioevo: nel 1239 nasce la Regola di Festornigo, la più antica del Cadore. Vi sarà poi una seconda regola, quella di Mondeval: dall’unione delle due regole, nel 1949, nascerà l’attuale organizzazione[3]. Il paese sarà in un primo momento feudo dei Da Camino, ma passerà nel 1420 alla Repubblica di Venezia.

In occasione dell’invasione asburgica d’inizio Cinquecento, il paese verrà attraversato dall’esercito tedesco, con tutte le conseguenze che ciò può determinare. Tuttavia si narra che grazie a un voto alla Madonna, il paese sia stato risparmiato: sorgerà così la chiesa della Difesa, in assolvimento di tale voto. Il governo della Serenissima favorisce una felice crescita del paese.

Nel 1753, per risolvere una diatriba relativa ai confini tra Cortina (allora sotto gli Asburgo) e San Vito, le autorità deliberano che i sanvitesi costruiscano una muraglia di confine, a loro spese, lunga quasi 2 km, in alta montagna (alta 1.80m in altezza, larga 1.50 alla base, 60 cm in alto) in novanta giorni. L’ardua impresa va a buon fine e i sanvitesi ottengono i pascoli del Giau (la muraglia è ancora visibile in loco, così come numerose delle croci di confine come ad esemipo quelle ai piedi della Gusela del Nuvolau e dei Lastoi de Formin). Con la caduta di Venezia, San Vito andrà a far parte del Lombardo-Veneto.

Nel 1848, in occasione dei moti rivoluzionari del Cadore che portarono alla nascita di una nuova Repubblica Serenissima, guidata da Daniele Manin, si ebbe uno scontro fra i cadorini insorti, guidati da Pier Fortunato Calvi, e gli Austriaci. La scaramuccia volgerà a favore dei locali, ma la neonata Repubblica non sopravvisse a lungo. Nel 1866 San Vito entrerà a far parte del Regno d’Italia. Attraversò dunque gli anni difficili dell’occupazione austriaca durante la prima guerra mondiale, per poi crescere come località turistica già a partire dalla metà del Novecento.

Alcune frane e alluvioni di notevole entità influirono pesantemente sulla vita della comunità: nel 1730 la frana del Marcora su Chiapuzza, nel 1814 la frana dell’Antelao che travolse le frazioni di Taulen e Marceana (257 sepolti); nel 1882 e nel 1966 l’alluvione del Boite, il 5 agosto 2015 la frana dagli Impianti San Marco fino a San Vito di Cadore (3 morti).

MONUMENTI E LUOGHI D’INTERESSE

San Vito è particolarmente rinomata come località turistica grazie alle sue splendide montagne e alle attrattive invernali, ma cela anche elementi d’interesse storico-culturale.

Due caratteristiche chiese sorgono nel centro del paese: la pievanale e la chiesetta della Difesa. La pievanale risale al 1200, ma l’attuale edificio è il risultato della ricostruzione del 1760, su disegno di Schiavi. Dell’antica chiesa rimane un antico affresco di San Cristoforo. All’interno di particolare interesse è la pala d’altare di Francesco Vecellio, fratello del celeberrimo Tiziano, che raggiunge qui forse il culmine della sua produzione. Notevole anche una pala del Cinquecento rappresentante i Santi Ermagora e Fortunato.

La chiesetta della Difesa (i cui lavori iniziarono nel 1490) racchiude invece un’abside tardo-gotica che raffigura l’invasione asburgica. La pala d’altare è ancora una volta di Francesco Vecellio. Nel complesso comunque il piccolo edificio conserva notevoli produzioni artistiche.

Tra le chiesette frazionali ricordiamo quella di Chiapuzza per l’antico organo e quella di Serdes che conserva una pala di Jacopo Da Bassano. Un tempo in località San Floriano sorgeva anche la chiesetta omonima, di origini antichissime, andata distrutta durante la prima guerra mondiale.

GEOGRAFIA ANTROPICA

San Vito è costituito dall’aggregazione di diversi abitati prima separati fra loro. Ora, a causa del notevole sviluppo urbanistico, è difficile individuare i nuclei originari che tuttavia rimangono vivi nella toponomastica. All’ingresso del paese, provenendo da Borca, si incontra Resinego, un tempo suddivisa a sua volta in Resinego di Sopra, di Mezzo e di Sotto. Si giunge quindi a Vallesella prima del centro un tempo chiamato Jesa, con chiaro riferimento alla pieve. Salendo verso l’Antelao e le crode del versante destro della vallata v’è l’abitato di Saco, oggi conosciuto come Belvedere. Dopo il centro, sempre sul versante destro della vallata, sorge Costa. Muovendoci poi verso Cortina incontriamo Chiapuzza, con la località di San Floriano. Ricordiamo inoltre il villaggio di Serdes, sul versante sinistro della vallata, al di là del Boite.

PERSONE LEGATE A SAN VITO DI CADORE

Ferdinando Maria Ossi, O.C.D. (1843-1905), vescovo

Marino Stefano Del Favero (1863-1943), scultore

Renato Pampanini (1875-1949), botanico a cui si devono gli studi sull’antico tiglio di San Vito, tiglio di grande importanza storica in quanto ha ispirato il più antico stemma del Cadore (il tiglio, tra due torri legato da catene, è stato poi sostituito da un abete).