Livinallongo del Col di Lana

Per quanto il territorio di Livinallongo appartenga geograficamente alla Valle del Cordevole (alto Cordevole), e quindi all’Agordino, e faccia parte della provincia di Belluno, esso presenta caratteristiche naturali, storiche ed etnografiche tali che, nella regione delle Dolomiti, può configurarsi come una entità ben distinta.

Dal gruppo del Sella, che culmina con la bella e regolare forma piramidale del Boè, si diramano, nella direzione approssimativa dei punti cardinali, le quattro rinomate valli del territorio ladino centrale: a nord la Val Badia, e est quella di Livinallongo, a sud la Valle di Fassa percorsa dall’Avisio, ad ovest quella di Gardena.

La Valle di Livinallongo è solcata dal torrente Cordevole, nodo importantissimo della idrografia dolomitica, che prende origine dal Passo Pordoi, sul versante orientale, fra il Sella e la catena del Padon.

Il territorio di Livinallongo è limitato quasi interamente da confini naturali, e precisamente: ad est le creste del Nuvolao lo dividono dalla Comunità di Ampezzo, mentre i dirupi del Settsass e le lunghe giogaie del Prelongié dalla Valle di S. Cassiano; ad ovest le altura di Sommamont e di Forcelle lo separano da Corvara – Val Badia, mentre il gruppo del Sella ed il Sass Picciéda Gardena e Fassa; a sud le lunghe vette della catena del Padon dalla Valle di Penia e della Pettorina ed ad est il rivo di Davedino.

Il paesaggio, tipicamente dolomitico, trova maggior rilievo nel contrasto fra le rocce calcaree e le rocce di origine vulcanica.
Si tratta quindi di una regione caratteristica del paesaggio dolomitico, dai versanti ora rivestiti da grandi abetaie, contratti e terrazze ben coltivati, o scoscesi, ora con le alte dorsali stendentesi in verdi praterie e grandi pascoli, interrotte da massicci rocciosi.

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PRIME TRACCE DI VITA UMANA

Gli studiosi sono concordi nel ritenere possibile che non solo i versanti esterni, ma anche le più interne valli alpine, e fra queste le valli ladine e anche quella di Livinallongo, siano state abitate in tempi antichissimi.

Genti sparse, stanziate originariamente in pianura o nei rilievi prealpini, che incalzate da altre, dovettero trovare rifugio in siti pressoché inaccessibili. Dapprima, e certamente per molto tempo, non si trattò di insediamenti stabili, di popolazioni vere e proprie, bensì di nuclei più o meno isolati e sparsi, o più semplicemente di cacciatori occasionali, di passaggio.

Secondo leggendarie narrazioni, ancor oggi assai vive, gente rozza e barbara, i “Salvàgn” o “Salvàns”, viveva in grotte naturali o in semplici capanne fatte di rami intrecciati, pressoché sepolte nelle immense foreste, e vestivano pelli di lupi e di orsi e si nutrivano di radici, erbe e selvaggina, e solo nel rigore dell’inverno scendevano con le loro mogli, le “Salvères” o “Vivènes” o “Ganes”, fra i valligiani ove erano bene accorti e nutriti perché si trattava di uomini pacifici ed innocui.

Secondo una probabile interpretazione storica, sulle Alpi l’uomo primitivo non tardò ad apparire alla fine dell’era quaternaria, quando cioè le grandi vallate si resero percorribili ed abitabili col progressivo ritiro dei ghiacciai.

Ancora nell’epoca mesolitica (VIII -V millennio a.C.) e forse anche prima, (l’uomo, partendo dalla pianura prese a salire a ritroso il corso dei fiumi inoltrandosi nella catena alpina. Si fermò dapprima sui rilievi prealpini, poi avanzò sempre più profondamente, cercando altra selvaggina ed esercitando anche la pesca. Questi uomini primitivi, venuti dal mezzogiorno, appartenevano alla popolazione dei Liguri, rozzi cacciatori nomadi, che nel settore orientale delle Alpi giunsero fin nel bacino medio del Piave ed in quello dell’Adige e più tardi in quello dell’Isarco, certamente fino ai passi dolomitici.

Quasi contemporaneamente ai Liguri, genti Illiriche, risalendo il corso della Drava, occuparono la Pusteria, scendendo poi lungo l’Isarco ed incontrandosi con i primi.

Forse già al principio dell’età del bronzo (2000 a.C.) avevano preso avvio le primitive relazioni commerciali attraverso il Brennero e Resia.
Fu seguendo le valli alpine settentrionali che calarono in Italia i Proto-Italici, che alla civiltà della pietra sostituirono quella del bronzo, ed inaugurarono le stazioni lacustri, delle palafitte o terramare.

Furono essi ad avere le prime sedi stabili, a fabbricare oggetti casalinghi e ad occuparsi dell’agricoltura. Durante l’età del bronzo si assistette ad un ulteriore sviluppo della lavorazione del metallo: oggetti appartenenti all’età del bronzo e del ferro sono stati rinvenuti infatti nei sepolcretti di Rocca Pietore; una lapide sepolcrale con una iscrizione etrusca o illirica, rimasta indecifrata, è stata trovata nel 1866 sul Monte Pòre. La sua esistenza dimostra come in quella montagna sopra il caseggiato di Larzonei, vivessero popoli preesistenti ai Romani, e già relativamente colti che conoscevano le lettere.

Ai Proto-Italici subentrarono forse gli Etruschi coi quali si fusero. Cacciati dalle loro sedi della pianura padana in seguito all’invasione dei Galli, gli Etruschi si rifugiarono nella catena alpina lasciando diverse inscrizioni della loro lingua ancora indecifrata.

Fu poi la volta dei Celti o Galli (come li chiamavano i Romani) che fin dalla preistoria avevano invaso l’alto bacino danubiano e la pianura Padana. Intelligenti e gagliardi, vivevano però di rapina, e dove passavano lasciavano morte e miseria.

Fu appunto davanti a loro che le popolazioni originarie ripararono nelle vallate alpine che davano sicurezza ed erano anche facilmente difendibili.

È accertata comunque una infiltrazione gallica fra il IV e il V secolo a.C. anche nelle valli dolomitiche: ed infatti i Galli Cenomani, spintisi nella Valle dell’Adige, assorbirono le popolazioni che vi si trovavano e si addentrarono nelle valli laterali, raggiungendo anche elevate altitudini. Ma non riuscirono ad espandersi molto a oriente ove i Veneto-Illirici posero freno alla loro avanzata.

I centri abitati di queste popolazioni barbare dell’età del bronzo erano posti in luoghi facilmente difendibili, per assicurarsi dalle invasioni dei nemici. Lungo il fianco delle montagne, sulle colline, vi erano i cosiddetti “Castellieri”, aventi tutti le stesse caratteristiche: un colle, che permetteva un facile accesso da una parte sola, circondato da un profondo fosso, più tardi da un muro di rozza pietra, entro il cui perimetro in caso di pericolo si rifugiavano uomini e bestiame.

La Valle dell’Adige era stata analogamente fortificata con una lunga serie di villaggi recintati di mura col sistema italico degli “oppida”, ciascuno dei quali veniva occupato da una associazione di famiglie legate da una comunanza di origine. Anche a Livinallongo sono rimaste tracce di castellieri, o per lo meno tali si ritengono quelle rinvenute sotto i dirupi del Col di Lana, nelle vicinanze del casale di Sief e di Arabba alle falde del Monte Burz.

Le genti sopra citate non erano popolazioni vere e proprie, ma soltanto tribù più o meno numerose, probabilmente delle rozze comunità. Quando i Romani vennero a contatto con queste popolazioni, le identificarono col nome di “Reti”, nel senso generico di popoli alpini, e “Rezia” fu chiamato il territorio centrale delle Alpi.

I Reti non erano un popolo unico, unito, di “civiltà retica”, ma si trattava in effetti di genti diverse, affini per origine e lingua, ma indipendenti fra foro. Ogni vallata costituiva infatti una comunità separata dalle altre.

Nelle Valli del Piave e del Cordevole vi erano gli Euganei, ai quali appartenevano gli Aguntini nella Valle di Agordo, i Caturgi nella Valle di Cadore e di Ampezzo, i Zaurni nella Valle di Zoldo ed i Culici nella Valle superiore del Cordevole, cioè in Livinallongo. È certo che non si tratta più di gente nomade, ma di popolazioni ormai dedite all’agricoltura ed alla pastorizia, di religione pagana, e che pare abbiano occupato anche la Valle di Livinallongo.

L’EPOCA ROMANA

Mentre i Reti avevano stabilito la loro dimora nelle vallate delle Alpi meridionali, nel centro dell’Italia si era formato uno stato che, da piccole origini nel corso dei secoli distese il suo dominio sopra quasi tutto il mondo allora conosciuto.

Dopo aver sconfitto nell’anno 218 a.C., con sanguinosi combattimenti l’ostinata resistenza dei popoli dell’alta Italia (i Galli Cisalpini) e aver assoggettato la pianura veneta, i Romani arrivarono alle falde delle Alpi.

Nel 217 giunsero nella Val Belluna e di qui risalirono un tratto del Piave e forse del Cordevole; nel 102 a.C. erano già nella Valle dell’Agide. Ma in effetti queste popolazioni seguitarono a restare del tutto indipendenti per diverso tempo e, soprattutto i Reti delle alte valli dell’Adige, compivano razzie nel territorio soggetto ai Romani e depredavano e massacravano i viandanti sulle strade del Brennero e di Resia. Inoltre, alle spalle dei Reti dell’Isarco e della Venosta, premevano minacciosamente oltre la catena alpina, dalla Svizzera al Danubio.

Fu proprio per porre fine alle continue violenze perpetrate da queste genti, che l’Imperatore Ottaviano Augusto incaricò i figliastri, Tiberio e Druso con un potente esercito, di assoggettare definitivamente i Reti.

Trovarono tuttavia un’ostinata resistenza e dovette trascorrere molto tempo prima che potessero indurli all’obbedienza ed assoggettarli all’Impero. I luoghi montuosi  ed aspri erano infatti difficili da conquistare, le vie erte e strette protette da inaccessibili castellieri erano ben difese dai montanari.

Il territorio dei Reti, con l’editto dell’Imperatore Claudio, nel 46 d.C. fu aggregato, come provincia e con il nome di Rezia e Vandelicia, all’Impero e vi fu esteso il diritto romano.

Quanto in particolare alle popolazioni che si suppone possano essersi insediate nell’alto Cordevole, nulla si sa. La scoperta di iscrizioni confinarie alla base del Civetta, fra i municipi di Julium Carnicum (Friuli) e di Belluno, ha lasciato in un primo tempo supporre l’esistenza di insediamenti stabili preromani e romani nella zona. Ma ciò lo si può escludere, anche se la zona, pur essendo selvaggia e completamente disabitata, non fu del tutto priva di un certo interesse.

È certo comunque che il Cadore con Selva apparteneva al municipio di Julium Carnicum; non si sa invece se il territorio di Rocca Pietore e Livinallongo fosse pure aggregato a questo municipio, e quindi alla “Regio X Italica”, oppure facesse parte della Rezia.

Mentre numerosi sono i reperti archeologici ed epigrafici nel Cadore, nel Bellunese e nel corso inferiore del Cordevole, questi mancano, infatti, totalmente nelle valli interne dell’Agordino: da ciò si può dedurre che in queste valli l’insediamento dell’uomo si verificò solo in epoca tardo medievale.

Nessuna testimonianza conferma la supposizione che una via romana congiungesse Belluno alla Val Pusteria passando per l’Agordino, la Val Parola e la Val Badia, e che i Romani avessero istituito presidi ed eretto fortilizi nella Valle di Livinallongo.

In tutta la regione la “pax romana” durò così a lungo, che poterono goderne diverse generazioni. Quale tipo di amministrazione vigesse in queste zone non è noto: comunque i rapporti con i “montanari” non dovettero essere cattivi. Di norma infatti i Romani non mutavano le tradizioni amministrative dei popoli soggetti, imponendo sì una disciplina inflessibile, ma pur sempre con giustizia.

Le Alpi furono quindi un argine di sicurezza, attraverso le quali i Romani seguitarono a passare verso conquiste sempre più lontane. Ma le vicende subirono ben presto nuove svolte, e le Alpi servirono di transito, in senso opposto, alle genti barbariche che scendevano verso l’Italia.

L’influenza romana nelle nostre valli durò sino al crollo dell’’Impero occidentale nel 476 d.C..

Già ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio (161-180) i Nordici si avvicinarono alle porte dell’Impero e minacciarono di occuparlo. In seguito le invasioni si fecero sempre più frequenti e sempre più devastanti. Sotto Valentiniano (364-375) gli Alemanni devastarono la Rezia. A questi seguirono i Visigoti, i quali nell’anno 395 depredarono l’Illirico ed il Veneto.

Fu quindi la volta di Attila “Il Flagello di Dio”, che con le sue  orde penetrò anche nelle valli alpine, distruggendo tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Seguì il dominio di Odoacre, poi quello di Teodorico, dei Bizantini, dei Longobardi, dei Franchi.

Furono i Longobardi a lasciare un’impronta duratura e profonda, realizzando una grande e generale riforma, volta innanzitutto alla restaurazione dell’Autorità dello Stato.

E lo fecero distruggendo l’ordinamento municipale e sostituendolo con l’ordinamento comunale longobardo, ben più solido ed autoritario.

In ogni città che dominava un certo territorio nominarono un “Duca”, che altri non era che il capo di una tribù di guerrieri.

Tuttavia i Longobardi si mescolarono in breve tempo ai vinti ed assorbirono insieme alla religione, anche la loro superiore cultura; non solo erano degli ottimi guerrieri, ma erano anche dei buoni colonizzatori in pace e degli efficienti amministratori

Dopo due secoli di dominio longobardo, nel 774 fecero la loro comparsa i Franchi, popolo molto più rozzo del precedente. Carlo Magno coronato nell’800 a Roma imperatore romano, ristabilì l’Impero, il cui dominio si estendeva anche sulle Alpi.

Per porre freno alle scorrerie nella regione del Friuli, e per prevenirne altre, si costruirono fortificazioni e castelli a difesa dei passi alpini; scrittori italiani vogliono che a questo tempo risalga il Castello di Andraz.

Morto Berengario gli successe nel regno Rodolfo, re di Borgogna, ed a questi Berengario II, ultimo re dell’Alta Italia.

Re Ottone di Germania, venuto in guerra contro Berengario, II, lo vinse e lo spogliò del suo regno nel 962, e unendo l’Italia alla Germania fondò l’Impero Romano-Germanico. Fu Ottone a creare la marca di Verona e la contea del Friuli, assegnandole al ducato di Baviera e così anche le nostre valli divennero soggette agli imperatori tedeschi.

Che cosa sia successo, in questo turbinio di avvenimenti ai valligiani arroccati fra le montagne, è cosa difficile da dirsi, certo è che i barbari invasori non rivolsero verso di loro particolare “attenzione”, in quanto maggiormente attratti dalla pianura fertile e ricca e non certo dalle valli sconosciute, nascoste e poverissime.

A conquistare queste popolazioni, che seguitavano ad essere pagane, non furono uomini armati, ma uomini estremamente pacifici che predicavano e diffondevano il Cristianesimo.

CON L’EPOCA FEUDALE, IL DOMINIO DEI PRINCIPI VESCOVI DI BRESSANONE

Mentre nei bassi secoli dell’Impero le valli ladine godevano piena libertà a motivo della loro posizione appartata, furono successivamente introdotti dei grandi cambiamenti nel loro stato in conseguenza delle invasioni dei popoli nordici nell’Impero Romano.

Dopo essere stato incoronato imperatore romano, Carlo Magno abolì i ducati, o meglio a divise in “Contee”, che vennero date ai conti e in “Marche”, queste ultime ai confini dell’Impero che furono assegnate ai marchesi.

Caratteristica della nuova organizzazione era la grande proprietà terriera che diede origine al regime feudale. Le città andavano perdendo i loro privilegi politici e la stessa importanza economica. Nelle campagne sorgevano palazzi e castelli, sontuose dimore di nobili signori.

Il regime carolingio conferiva al re il possesso dei pascoli, dei boschi, delle miniere e delle acque, e di tutto il resto; tutto il territorio era considerato di sua proprietà, piena ed assoluta, ma in pratica il re concedeva una parte dei suoi beni in beneficio o in feudo ai suoi guerrieri per assicurarsi, in caso di bisogno, l’assistenza militare.

Il re restava comunque signore assoluto, ma governava da lontano, e considerate le impossibili comunicazioni del tempo non governava affatto.

A comandare era il “vassallo”, quello cioè investito del feudo. Ma anche lui per le stesse ragioni, concedeva con il medesimo scopo e gli stessi obblighi, le terre ai guerrieri minori, i “valvassori”. Vigeva inoltre la servitù della gleba”, per la quale i contadini erano legati alla terra ed ai fondi, e ne seguivano le sorti secondo la volontà del padrone.

Le condizioni dei servi non erano però insopportabili, perché in sostanza i signori avevano bisogno delle loro prestazioni se volevano ricavare dar terreno i suoi frutti.

Molti e vasti feudi furono concessi a mense vescovili, a conventi e monasteri. L’odierno Tirolo nel Medioevo, era in gran parte nelle mani di ecclesiastici: dei vescovi di Coira, di Trento, di Bressanone; dei monasteri di S.Candido, Novacella, Sonnenburgo ed altri ancora.

La Valle di Livinallongo apparteneva al principato vescovile di Bressanone, istituito con diploma di Corrado il Salico e ampliato dall’Imperatore Enrico IV che infeudò ad Albuino, vescovo di Bressanone, la contea del Norico e la Pusteria. Il dominio temporale dei vescovi di Bressanone era così cresciuto, in forza di imperiali diplomi, che nel loro territorio, al pari dei duchi e dei conti, essi erano principi assoluti.

Costoro esercitavano, infatti, il mero e misto imperio senza alcuna limitazione, legiferavano e giudicavano nelle cause civili e criminali, imponevano censi e tributi, esigevano il pedaggio dai viandanti, i dazi sul bestiame e sulle merci che passava per il foro dominio, sfruttavano le miniere, coniavano monete, avevano la potestà suprema sui beni e sulla vita dei loro sudditi.

I vescovi e i prelati intenti a conservarsi nelle giurisdizioni i privilegi acquisiti, pensarono di conquistarsi l’appoggio di potenti fautori e difensori. Concedevano perciò a persone di alto affare parte dei loro terreni e castelli in feudo. Questi personaggi erano dei più ricchi, dei più potenti dei circonvicini luoghi: si chiamavano “Avvocati” perché dovevano trattare di affari civili del prelato e difenderlo.

I vescovi di Bressanone avevano per loro avvocati i conti del Tirolo. I vescovi e i prelati, proprietari di grandi possedimenti, li spartivano e assegnavano ragguardevoli appezzamenti, con i loro castelli, in feudo a famiglie signorili: tali vassalli si chiamavano “ministeriali”

Tra i ministeriali della mensa vescovile di Bressanone, che ebbero relazione col distretto di Livinallongo, troviamo le nobili famiglie dei Rodank, dei Schoeneck, degli Avoscani, degli Stecconi, ecc..

Carlo Magno e i successivi imperatori avevano legato, oltreché ai grandi ecclesiastici ed ai laici, anche a chiese e monasteri, terre e persino contee: così avvenne anche per la Chiesa di Bressanone.

Ma Corrado II il Salico, creò a Trento e Bressanone due principati ecclesiastici che univano alla dignità vescovile anche quella di principe territoriale, allargando così al potere le sue prerogative e attribuendogli per la prima volta compiti amministrativi e politici. Suo intento era quello di consolidare le basi dell’Impero al confine fra l’Italia e la Germania e rendere sicura la strada che per la Valle dell’Isarco e la Valle dell’Adige univa la capitale dell’Impero alla capitale spirituale universale, Roma.

E ciò si rese necessario poiché scarso assegnamento si poteva fare sui feudatari turbolenti, mentre poco o tanto si poteva contare sulla fedeltà dei vescovi.

Con solenne diploma del 31 maggio 1027 fu così costituito il principato di Trento, e una settimana dopo, il 7 giugno, quello di Bressanone. Corrado II nominò principe Hartwigo, vescovo di Bressanone, ed alla sua chiesa donò la contea della “Valle Norica” (Gau in Norital), che si estendeva dal basso Inarco alla vallata transalpina dell’Inn, e dalla Val Venosta all’Alta Valle del Cordevole, cioè al territorio di Livinallongo.

Località livinellesi sono menzionate, forse per fa prima volta, in un documento del 1005 che definisce esattamente i confini della contea della Pusteria.

A quell’epoca la Pusteria, la Valle Norica, la contea di Bolzano, il ducato di Trento, l’Agordino, con Livinallongo, e il Cadorino, con Ampezzano, formavano la gran contea di Verona. Così come l’Ampezzano, per la sua posizione naturale, apparteneva ai signori del Cadore, anche Livinallongo, per la sua posizione naturale, avrebbe dovuto far parte dell’Agordino ed essere quindi soggetto a Belluno. Ma in un privilegio del Papa Lucio III concesso a Gerardo vescovo di Belluno, venivano nominati minutamente tutti i distretti, castelli e villaggi su cui si estendeva la giurisdizione spirituale e temporale del vescovo di Belluno.

Se attorno al Mille, Livinallongo non apparteneva né alla contea della Pusteria, né era soggetto ai Bellunesi bisogna concludere che fosse incorporato alla contea della “Valle Norica” e che in forza del diploma del 1027 giungesse sotto il dominio temporale del vescovo di Bressanone.

È attorno a quest’epoca che prese grande impulso la colonizzazione del territorio, che peraltro poteva avvenire sola col benestare dei vescovi, i quali vi trasferirono e trapiantarono coloni dalla Valle d’Isarco e dalla Pusteria.

Fu così iniziato il dissodamento dei terreni, anche qui con quel fervore di attività per la conquista di nuovo spazio all’agricoltura, che caratterizzò la rinascita europea e italiana subito dopo il 1000.

Intorno al 1141 il Beato Hartmanno, che regnava sul vescovado, fondò nelle vicinanze di Bressanone il convento di Novacella che grazie alla munificenza dei fondatori e di altri benefattori acquistò in seguito grandi possessi nel territorio di Livinallongo. Contemporaneamente (1142) il vescovado donava al convento un maso detto “Puchberc”, “mansus Puchberc qui dicitur Wersil” (Fursil), vendutogli dal nobile Vantero, che aveva bisogno di denaro per poter partecipare alla seconda Crociata.

È questo il primo documento che riguarda gli insediamenti di Livinallongo, e si riferisce al territorio di Colle Santa Lucia, ed è all’incirca contemporaneo alle prime sicure notizie che possediamo sugli insediamenti a carattere stabile nelle altre valli ladine.

Già nel 1177 una doppia conferma papale ed imperiale garantiva al convento di Novacella ogni diritto e proprietà su quel maso, e così pure le successive elargizioni. Tre masi vennero infatti dati allo stesso convento nel 1159 da un Rudolf “miles de Silwin”, ed un altro da un certo Ruoderogus “de Villa Sancti Martini” nel 1180 nello stesso territorio.

Curioso è il fatto che a Colle Santa Lucia, la località più distante dalla Valle d’Isarco e la meno facilmente accessibile, si trovino i casali di più antica formazione, più antichi di quelli stessi di Pieve e di Arabba, e all’incirca contemporanei ai casali della Val Badia e della Val Gardena.

Non si può spiegarne la ragione se non ritenendo che alla curia vescovile premeva popolare per prima questa zona di confine e render così più sicuro il resto del territorio. Ma anche gli insediamenti nel territorio di Pieve di Livinallongo avvennero a breve distanza di tempo: e lo dimostra il fatto che originariamente i dialetti, neolatini, di Pieve e Colle non presentavano differenze, che si verificarono morto più tardi.

Il convento di Novacella finì in seguito con l’entrare in possesso di diversi altri masi, che via via dal XII secolo alla fine del Quattrocento raggiunsero il numero di 23, di cui 15 a Colle Santa Lucia. Tutti gli altri masi appartenevano al vescovo di Bressanone al quale spettava anche l’amministrazione dell’intero territorio come pure la responsabilità del popolamento e della sua colonizzazione.

A parte i principi ecclesiastici e laici che risiedevano lontano, è interessante esaminare quale era l’organizzazione economica, essenzialmente agricola, di queste valli alpine, quale si era determinata con le invasioni barbariche, con l’aggravarsi della crisi economica in seguito alla dissoluzione dello Stato romano e con la situazione di enorme disordine.

Si trattava di un’organizzazione estremamente semplice, autarchica e chiusa, basata esclusivamente sul lavoro dei contadini. Questi ultimi non possedevano all’epoca alcuna terra, e anche se “liberi coloni”, rimanevano pur sempre vincolati al fondo. Gli altri appartenevano ad una classe sociale ben definita, quella dei servi della gleba, che costituivano gran parte della popolazione.

Ai servi non era nemmeno concessa la libertà di matrimonio. Essi venivano comprati e venduti assieme alla terra che lavoravano. Potevano tuttavia essere venduti singolarmente, o anche dati in pegno, o scambiati con altri, sempre con regolare atto notarile. E questo fino a tutto il XIV secolo e anche oltre.

Le condizioni dei servi della gleba erano a dir poco miserabili: vivevano in capanne di legno, coperte di frasche e di creta, veri tuguri formati da un unico ambiente, senza vetri, fumoso perché la cucina era nel mezzo e senza camino; un solo giaciglio di paglia per tutti. I servi non godevano né  di diritti civili, né di avvocati, né di tutori; lavoravano nei masi o nelle ville.

Il maso era costituito da una casa padronale che con gli edifici rustici formava una corte, nonché da prati, pascoli, campi e boschi annessi.

La casa del padrone, costruita in legno su un basamento in muratura, era vasta, spaziosa e coperta di scandole.

Alla fine del XIV secolo la maggioranza dei livinellesi apparteneva alla classe dei servi, e del resto la maggior parte dei masi, e quindi dei terreni, era nelle mani di padroni forestieri. Questi formavano la classe degli uomini “liberi, a loro volta dipendenti dal principe. I liberi erano proprietari di masi, tenute e singoli castelli, di cui potevano liberamente disporre, come dei loro servi, avevano insomma pienezza dei diritti civili”.

Alla classe dei liberi appartenevano pure i liberti, cioè quelle persone nate da servi, che per grazia del padrone, o per riscatto in denaro o altri meriti, avevano ottenuto la libertà.

A sua volta il principe apparteneva alla classe dei nobili, che si componeva dei grandi dell’Impero,  ecclesiastici o secolari, possessori di estesi allodi sui quali avevano il diretto dominio e piena giurisdizione.

Le condizioni del popolo andarono cambiando radicalmente nella seconda metà del XIV secolo in seguito alla peste che causò una terribile strage anche nella Valle di Livinallongo. La “peste nera”, così detta perché scoppiata in Siria, Palestina ed Egitto, era stata portata in Italia nel 1349 da mercanti genovesi. Durò pochissimo, ma solo nel Bellunese morirono di peste i due terzi della popolazione.

Nella Valle ai Livinallongo una conseguenza del morbo fu in breve tempo l’affrancazione delle servitù della gleba. La classe dei servi era rimasta particolarmente decimata, moltissimi terreni rimasero senza contadini e quindi incolti, ed i padroni furono costretti ad alienare i masi, oppure a procurarsi dei contadini, chiamati “ligi”, che senza essere completamente liberi godevano tuttavia di grandi franchigie.

Ma i padroni erano quasi tutti tedeschi, e non potendo valersi di coloni nazionali, abbandonarono i loro terreni al primo compratore, e cioè Corrado Stuck, che ritroveremo signore di Andrai. Lo Stuck si fece padrone di quasi tutti i terreni e masi di Livinallongo, li consegnò a famiglie del paese, e tentò di legarle alla servitù della gleba, riuscendoci, ma per poco tempo; nel 1352, infatti, Ludovico, marchese di Brandeburgo e Conte del Tirolo, d’accordo con Matteo, vescovo di Bressanone, abolì definitivamente la servitù della gleba.

E il provvedimento, che fu graduale per non creare improvviso disordine e troppa confusione in un ordinamento secolare, recò grandi benefici, non solo alle famiglie, ma anche all’agricoltura ed all’economia dell’intera vallata.

DOPO LA PARENTESI NAPOLEONICA, LA RIANNESSIONE ALL’AUSTRIA

Nella primavera del 1796 Napoleone Bonaparte aveva passato con una forte armata le Alpi ed aveva battuto gli austriaci nella pianura Padana, conquistando con una guerra-lampo la Lombardia.

Mentre Napoleone proseguiva con il grosso dell’esercito direttamente alla volta di Vienna, un corpo del suo esercito risaliva la valle dell’Adige per sbarrare la strada ai tedeschi che per la valle stessa potevano attaccarlo alle spalle.

Nel marzo del 1797 i francesi erano arrivati nell’Alta Valle dell’Isarco. E di fronte al  grave pericolo dell’invasione  erano stati inviati rinforzi ed erano stati richiamati gli uomini validi del Tirolo per respingere il nemico, che fu fermato a Vipiteno e fu costretto a retrocedere a Bressanone. Ma i francesi contrattaccarono a Spinges, piccolo gruppo di case sopra a Sciaves e Rio di Punteria.

Il 2 aprile, alle 2 del pomeriggio, i valligiani dopo una strenua resistenza stavano ormai ripiegando, quando una ragazza che era in servizio presso un contadino di Spinges, uscì da una stalla, saltò oltre il muro del cimitero e davanti alla porta della chiesa, armata di una forca, atterrò (forse spaventò solo) alcuni soldati francesi, gli altri volsero in fuga.

La ragazza era Caterina Lanz, nata a Pian di Marebbe 26 anni prima, il 21 settembre 1771, in casa del “Trogger” (portatore), un povero contadino che l’aveva mandata come serva in Punteria, appena quattordicenne, ad imparare il tedesco. La Lanz, dopo lo scontro di cui fu eroina, si fermò a Bressanone e a Spinges per 14 anni. Di lì andò serva di don Pietro Alton a Colle Santa Lucia, poi, dal 1851 al 1854, come cuoca presso il curato Giovanni Maneschg a Andraz.

L’8 luglio del 1854 morì, a 83 anni, e fu sepolta nel cimitero di Pieve di Livinallongo con gli onori militari. Nel 1882 nel cimitero di San Vigilio, davanti alla porta della chiesa le fu eretto un piccolo monumento, ed una lapide fu collocata sulla sua casa natia.

Un monumento fu inaugurato infine in suo onore a Pieve di Livinallongo il 22 luglio 1912; questo, nel 1915, durante la grande guerra, fu portato a Corvara, poi al Museo di Rovereto, di dove nel 1967 tornò nella piazza di Pieve.

Tornando alle vicende storiche di Livinallongo, occorre precisare che la valle fu coinvolta solo marginalmente nei grandi avvenimenti del tempo. Fra gli altri, registriamo un episodio curioso: nel 1801 alla ritirata degli austriaci, passò un corpo di truppe anche per Livinallongo e tanta fu la paura dei valligiani, i quali però, dietro invito del vescovo ed agli ordini del capitano di Andraz, Gasparo Savoi, formarono una compagnia che per un anno stesse a guardia della valle, finché questa venne unita ai tirolesi quando i francesi avanzarono fino a Bressanone.

Il trattato di Parigi del 26 dicembre 1802 segnò la secolarizzazione dei principati ecclesiastici, fra cui quelli di Trento e Bressanone, e nel marzo del 1803 l’imperatore Francesco I prendeva possesso della valle.

Dopo la pace di Presburgo (1805) Livinallongo passò alla Baviera, che lo unì al “giudizio” di Brunico. Cessati i capitani di Andraz nel 1802, l’ultimo, Giovanni Linder, restò tuttavia fino al 1803 per chiudere l’amministrazione e passare in consegna il territorio al nuovo governo.

La rivolta di Andreas Hofer non coinvolse direttamente la valle. Quando però nel 1809 preoccupante divenne la rivolta in Alto Adige, contro i francesi, odiati perché offendevano la religione, e contro i bavaresi loro alleati, che si erano dimostrati duri oppressori, Napoleone decise di inviare contro i ribelli due corpi militari, in prevalenza di soldati italiani. Uno doveva entrare in Alto Adige dal Trentino, mentre l’altro dal Bellunese. Fu quest’ultimo a trovare una debole resistenza, che poteva finire in massacro: il 2 novembre, al confine veneto, 13 fra livinellesi e badioti presero a fucilate il corpo francese che saliva da Agordo, al comando del generale Peyri, ma non successe nulla: il capitano Canins, che comandava i soldati tirolesi, ordinò subito di deporre le armi, ed il generale francese, occupato il paese, si comportò amichevolmente.

Nel 1810 Livinallongo formò l’ultimo confine del Dipartimento del Piave, confine che correva sulla cresta settentrionale dei monti. Caprile, con la parrocchia di Pieve di Livinallongo, venne aggregata alla diocesi di Belluno, e vi restò anche quando nel 1814 con le curazie di Colle e di Arabba fu restituita a Bressanone.

Nel 1815, dopo aver fatto parte della Baviera e del regno d’Italia, Livinallongo fu riannesso all’Austria e vi restò fino al 1918.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE A LIVINALLONGO

Negli ultimi anni del secolo scorso (1897-1900) vengono costruiti dagli Austriaci i forti di La Corte, Ruaz (tagliata) e Tra i Sassi (Valparola).

Nella mobilitazione generale del 2 agosto 1914 i soldati fodomi vengono chiamati alle armi ed inviati sul fronte orientale (russo).

Il 24 maggio 1915, alla dichiarazione di guerra italiana, si costituisce trasversalmente lungo il territorio montagnoso del nostro Comune la linea del fronte:
Marmolada,
Mesola,
Padon,
Foppa,
Col di Roda,
Sief,
Col di Lana,
Setsass,
Sasso di Stria,
Lagazuoi.

Alla fine di maggio e nel mese di giugno del 1915 le truppe italiane avanzano da Caprile ed occupano Colle Santa Lucia, Monte Pore, Larzonei, Andraz, Collaz, Foram, Salesei, Pieve.

Il comando austriaco ordina l’evacuazione dei paesi e trasferisce il monumento di Caterina Lanz (inaugurato nel 1912) nel cimitero di Corvara.

La popolazione della parte bassa della valle va profuga a Colle Santa Lucia oppure viene condotta dalle autorità italiane in Piemonte, Toscana, Abruzzi, Marche. La popolazione della parte alta della valle va profuga in Val Badia, in Val Punteria, perfino in Boemia.
Il forte La Corte risponde al fuoco delle artiglierie italiane e bombarda il territorio occupato: Pieve viene bombardata il 17 agosto 1915. Poco dopo il forte viene abbandonato ed il comando si trasferisce sul Col di Roda.

Nel settembre del 1915 Livinallongo è ormai deserta e distrutta, soltanto soldati italiani si aggirano per i villaggi e l’obiettivo del fronte si concentra sul Col di Lana. La mina del Col di Lana viene fatta saltare, per ordine del maggiore Mezzetti, dal tenente Gelasio Castani, duca di Sermoneta, alle ore 22.35 del 17 aprile 1916: 110 soldati austriaci rimangono uccisi nelle caverne, 170 vengono fatti prigionieri.

Dovunque durante il conflitto vengono sepolti i caduti dei due fronti.
Vengono improvvisati cimiteri italiani a Pian di Salesei, Andraz, Castello; e austroungarici a Col di Roda, Valiate, Val Parola (due) e Passo Pordoi.

Nel 1938 verrà costruito il Sacrario di Pian di Salesei che custodisce le spoglie di 4.700 caduti ignoti, 704 noti tra cui 19 austro-ungarici.

Nel 1956 sarà completato l’Ossario di Passo Pordoi che conserva i resti di 454 caduti della seconda guerra.

Nel 1935 verrà costruita la cappella del Col di Lana in onore dei caduti italiani della prima guerra mondiale. Il monumento ai caduti sulla piazza 7 novembre 1918 a Pieve riporta i nomi di 135 caduti e dispersi fodomi della prima guerra.

A cominciare dalla primavera del 1918 i profughi fodomi ritornano nella valle abbandonata dai militari e cominciano l’opera di ricostruzione del paese, abitando provvisoriamente nelle baracche militari e nelle poche case risparmiate dai bombardamenti. La ricostruzione viene aiutata dal governo italiano e dal consorzio trentino dei comuni cosiddetti conquistati o liberati. La ricostruzione avrà termine nel 1923-’24.

Col trattato di San Germano (1923) il comune di Livinallongo viene aggregato alla provincia di Belluno.
Nel 1933 con decreto autografo di Benito Mussolini verrà aggiunto al nome del comune la denominazione “del Col di Lana” che verrà confermato nel referendum popolare comunale indetto dalla Regione Veneto nel 1983.

STRUTTURE RICETTIVE

La zona è in grado di offrire una vasta gamma di strutture ricettive in grado di soddisfare le più svariate esigenze del turista.

Nel comune sono presenti più di 40 strutture alberghiere – hotel, garnì e residenze turistico alberghiere – per un totale di quasi 1800 posti letto. Molte di esse sono dotate di moderni centri benessere ed alcune di piscine coperte. A ciò si aggiungono i quasi 900 posti letto delle strutture extra-alberghiere quali appartamenti, bed & breakfast, affittacamere ed agriturismo.
Nei pressi della funivia di Portavescovo si trova inoltre un’area attrezzata per camper, con servizi di carico e scarico, allacciamento alla rete elettrica e possibilità di usufruire dei servizi igienici.
Arabba è inoltre in grado di offrire all’ospite numerosi servizi fra cui le guide alpine, la scuola sci, gli ski service, i noleggi sci, oltre naturalmente ai negozi, i pub ed i ristoranti.

La località è anche dotata di una moderna sala congressi con 327 posti, ideale per ospitare conferenze, convegni ed eventi vari. A Pieve di Livinallongo, in posizione panoramica, si trova la nuovissima sala polifunzionale ”Bersaglio” con una superficie di 140 mq e possibilità di ospitare fino a 70 persone.

CHIESE E MONUMENTI

Il suggestivo campanile della chiesa di San Giacomo svetta come a voler ricordare che quel luogo era anticamente il centro dell’intera Comunità: l’antica Pieve di Livinallongo.

Numerose le chiesette e cappelle sparse sul territorio, meritevoli di una visita, che conservano tesori d’arte inaspettati:

  • la Cappella dei Flagellanti di Pieve – Beata Vergine di Lourdes,
  • la Chiesetta Santuario di Corte – Madonna della Neve,
  • la Chiesa curaziale di Ornella – SS. Fabiano, Sebastiano e Rocco,
  • la Chiesa curaziale di S. Giovanni – S. Giovanni Battista,
  • la Chiesetta di Renaz – Beata Vergine di Loreto,
  • la Chiesetta di Cherz – S. Croce,
  • la Chiesa Parrocchiale di Arabba – SS. Pietro e Paolo,
  • la Chiesetta al Passo Pordoi – B.v. Maria – Regina defensionis,
  • la Cappella del Col di Lana – S. Sebastiano ai caduti in guerra,
  • la Chiesa sacrario di Pian di Salesei – S. Antonio da Padova,
  • la Chiesa curaziale di Andrai – SS. Trinità,
  • la Chiesa curaziale di Larzonei – S. Silvestro,
  • la Cappella di Pian – Madonna della Salute.

Nel comprensorio numerosi i simboli e le testimonianze di tristi ricordi legati alla Grande Guerra che hanno fatto la storia:

  • il Sacrario Militare, costruito al Passo Pordói che conserva i resti dei Caduti germanici della I Guerra Mondiale,
  • il Forte La Corte situato tra Arabba e Pieve di Livinallongo, realizzato dai militari austriaci durante la Prima Guerra Mondiale,
  • il Sacrario di Salesèi che accoglie i resti dei Caduti sul Col di Lana.

 

Fonti: Prof. Ernesto Renon, Libro d’Onore del Comune di Livinallongo del Col di Lana, Infodolomiti, Dolomiti.org e Castellodiandraz.it