I Ladini

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Chi sono e perché la loro lingua si chiama “ladino”?

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I Ladini sono stati divisi in:
5 vallate, 3 provincie, 2 regioni

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Iniziamo con i numeri: i Ladini sono 35.000 persone.

Vivono in 5 vallate, che hanno come loro centro naturale il massiccio del Sella:

  • Val Badia con Marebbe
  • Val Gardena
  • Val di Fassa con Moena
  • Livinallongo del Col di Lana
  • Colle Santa Lucia
  • Cortina d’Ampezzo

Queste comunità hanno fatto parte del Tirolo fino al 1918.

La lingua Ladina proviene dal latino ed è dunque sorella dell’italiano e del francese, una lingua con costumi e tradizioni secolari, che la caratterizzano formando una piccola “nazione”, nel cuore delle Dolomiti.

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La bandiera Ladina

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5 maggio 1920, su iniziativa dell’Union di Ladins capeggiata da Leo Demetz, s’incontrarono al Passo Gardena 70 rappresentati di tutte le 5 vallate del Sella, per protestare per non essere stati considerati nel trattato di pace è perché non era stato concesso loro, il diritto all’autodeterminazione.

In quest’occasione fu issata per la prima volta la bandiera ladina, caratterizzata dai colori:

  • Blu —> cielo
  • Bianco —> neve
  • Verde —> prati e boschi

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Pillole di storia Ladina

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Nel corso del XX secolo da parte italiana e tedesca, i ladini sono stati considerati in modo pressoché costante, appartenenti ad una delle due nazioni vicine: Italia e Austria, prima che ad un loro gruppo etnico-linguistico significativo e storicamente determinante.

La coscienza della latinità invece, ha sviluppato tutta una sua evoluzione positiva.

I legami fra Ladinia e Tirolo furono sempre costanti e ance idealizzati.

L’abitante delle valli del Sella (Val Badia, Val Gardena, Val di Fassa, Livinallongo, Colle Santa Lucia e Cortina) era il buon vicino: operoso ed onesto lavoratore. Spesso fornitore di manodopera alle campagne sudtirolesi, suddito fedele ed obbediente, buon soldato e patriota.

In questa descrizione i ladini stessi si sono riconosciuti per molto tempo, poiché, univa ladini e sudtirolesi di lingua tedesca, nella mentalità, ma anche nel culto dei medesimi valori, quali religione e patria.

Ad esempio, c’era e ci fu sino a quasi la metà del XX secolo, un esodo continuo di manodopera sia minorile che adulta, dal mondo ladino più povero, verso le più ricche valli tirolesi, sebbene questo abbia portato ad una condizione di soggezione (sfruttamento) che sfociava in vocaboli sprezzanti, quasi offendi come “krautwallisch” (trad. mangiatori di crauti) o come quello che i ladini sottendevano quando parlavano dei loro vicini d’oltre confine: “taliagn” o “lomberch”.

Se nella letteratura tedesca si assolutizzò a lungo una comunione di idee e di stile di vita fra ladini e tirolesi, da parte italiana per molto tempo, si ignorò pressoché tutto ciò che riguardava la vita delle popolazioni ladine. Non risultano, fino alla conclusione della I Guerra Mondiale, pubblicazioni che siano andate oltre, al confine nazionalistico, di dimostrare l’italianità dei ladini sulla base della loro parlata, considerata un dialetto italiano.

I ladini vennero considerati come una popolazione schiettamente italiana, cui il nazionalismo tedesco, aveva cercato di far dimenticare le antiche origini, che bisognava quindi recuperare per il bene stesso della popolazione.

Con la Grande Guerra il Fodom divenne zona di guerra: il comune fu tagliatori due dalla linea del fronte; i paesi furono completamente distrutti; la popolazione fu evacuata e trascorse gli anni di guerra profuga, dispersa o nelle terre dell’Austria fino in Boemia, od in alcune regioni d’Italia.

Durante la Grande Guerra emerse che nelle valli ladine c’era una differenza ideologica, anche se non spiccata, fra le valli più legate al mondo tedesco (es. Val Gardena) e quelle più vicine al mondo italiano, perché confinanti con esso.

In questo senso, fu singolare il tema della diserzione nelle valli ladine: pochissimi disertarono in Val di Fassa ed a Moena, qualcuno a Cortina, nessuno a Badia, Gardena e Fodom. Questi dati sono significativi se confrontati con l’irredentismo nel Trentino e dimostrano la sostanziale fedeltà all’Austria della Ladinia.

Nonostante la provata lealtà politica delle popolazioni ladine, le autorità militari austriache accentuarono l’opera di tedeschizzazione durante la guerra, per tenere più forte e percepibile la loro distanza dal mondo culturale italiano, anche sotto l’aspetto linguistico: la lingua italiana fu assolutamente bandita da chiesa e scuole in Badia e Gardena, il ladino venne permesso, ma solo in funzione strumentale, in quanto non tutti capivano il tedesco.

Ciò contrastava con l’antica consuetudine dei sacerdoti di predicare ed insegnare il catechismo in italiano, oltre che in ladino e suscitò la loro reazione, tanto che furono accusati di scarso patriottismo e addirittura di tradimento.

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Le Origini dei Ladini

Preistoria

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In questo periodo non vi sono documenti scritti. L’archeologia ha svelato che la zona era abitata già nel Mesolitico, anche se solo stagionalmente.

Le tracce degli insediamenti si sono trovate a:

  • “Plan de Frea” (Selva di Val Gardena)
  • “Mondeval de Sora” (San Vito di Cadore)
  • Sotciastel di Badia, Età del Bronzo ed abitato dalla fine del XII secolo a.C. da circa 240-300 persone
  • Ortisei, 2a Età del Ferro (500-15 a.C.)

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Periodo Romano

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Si data al XV secolo a.C., dopo le prime campagne contro le popolazioni alpine, la vittoria finale sui Reti ed i Vindelici.

Nel IV secolo d.C. non solo vi è la diffusione del Cristianesimo, ma anche la massima espansione del Ladino (o reto romanzo) della sua storia. Va infatti, ad occupare gran parte delle Alpi: dal lago di Costanza (N) all’Istria (SE), dal San Gottardo (W) al Danubio (NE).

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I secoli successivi

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La Prima Guerra Mondiale

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La Prima Guerra Mondiale fu un male immenso per il ladino.

Il fronte delle Dolomiti passava per il centro delle valli.

Più di 1.050 ladini perirono nel conflitto

Un certo numero di villaggi (Livinallongo) furono quasi completamente distrutti.

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Standschützen a sx con i loro abiti tradizionali ed a dx impegnati nel conflitto

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Nel maggio 1915, quando si aprì il conflitto con l’Italia, i confini del Tirolo si trovavano sprovvisti di truppe, con le sole guarnigioni dei forti e qualche corpo di Gendarmeria e Guardia di finanza.

L’esercito asburgico si trovava infatti impegnato sul fronte orientale nell’offensiva di Gorlice-Tarnow, scatenata il 30 aprile e ancora in pieno svolgimento.

Per salvare il fronte tirolese non restarono che gli Standschützen, ovvero tutti gli immatricolati presso i Casini di Bersaglio e non mobilitati nelle precedenti chiamate per l’esercito regolare: ragazzi dai 15 ai 18 anni e anziani sopra i 50. All’appello dell’imperatore Francesco Giuseppe risposero in migliaia. Essi partirono portandosi da casa un paio di scarpe robuste, biancheria e vestiti di lana, il mantello per l’inverno, guanti di lana, una coperta pesante, posate e gamella. L’uniforme degli Standschützen consisteva in calzoni lunghi e ghette, o alla zuava con calzettoni di lana o mollettiere. Sul risvolto del bavero della giacca era fissata l’aquila tirolese.

Nel Tirolo italiano si contarono 45 unità Standschützen, suddivise tra battaglioni, reparti, compagnie e formazioni, per un totale di 6.331 uomini, come stimati da monsignor Lorenzo Dalponte nel suo volume “I bersaglieri tirolesi nel Trentino 1915 – 1918” (1994).

Ai circa 35.000 soldati austro-ungarici mobilitati per il fronte tirolese, vennero affiancati otto battaglioni dell’Alpenkorps germanico, comandati dal generale Konrad Krafft von Dellmensingen, che per gli Standschützen tirolesi ebbe sempre parole d’elogio.

In netta inferiorità numerica rispetto alle forze dislocate dall’esercito italiano, gli Standschützen compirono un vero miracolo, tenendo il fronte fino all’autunno 1915, quando finalmente poterono essere richiamati dalla Galizia alcuni battaglioni dell’esercito regolare. Spostandosi molto sul territorio, gli Standschützen riuscirono ad ingannare gli osservatori dell’esercito italiano, il quale, nelle prime fasi del conflitto, mantenne lungo i confini del Tirolo un atteggiamento di estrema prudenza.

Gli Standschützen di madrelingua italiana vennero collocati nei settori dai quali provenivano perché essi, esperti dei luoghi, risultavano di importanza fondamentale per gli altri reparti che dovevano difendere il fronte, i quali invece non possedevano una gran conoscenza del territorio.

Con l’evolvere del conflitto il numero degli Standschützen andò sempre più assottigliandosi; i giovani, raggiunta l’età per l’arruolamento nell’esercito regolare, venivano spesso inquadrati nelle altre formazioni militari. Parte degli anziani venivano invece assegnati a lavori meno pesanti, nelle retrovie oppure congedati, perché troppo vecchi o perché stremati dagli stenti della vita al fronte. Altri ancora, oltre 1.300, caddero nelle azioni di guerra.

In alcuni casi, battaglioni che nel 1915 contavano circa 400 uomini, con l’evolvere del conflitto si ridussero così tanto nell’organico da poter costituire al massimo una compagnia, tante furono le perdite e le persone congedate per l’età e gli strapazzi della vita al fronte.

Tuttavia, nel 1917 si contavano ancora 15.600 Standschützen, dei quali 12.700 di madrelingua tedesca, con 833 ufficiali, e 2.900 di madrelingua italiana, con 102 ufficiali.

Tra la primavera e l’estate 1918 vi fu l’ultima riorganizzazione dei battaglioni e delle compagnie di Standschützen, con il raggruppamento di numerose formazioni.

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Fine prima parte

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